Balestrino

Petrosciana, nell'Alpe di Stazzema, terra di confine e di passaggi: il culto di Santa Maria Maddalena.

Petrosciana è una foce, una strada, una fiumana, un abitato. Terra di confine fra il comune di Stazzema e di Fabbriche di Vergemoli oggi, fra l'Arcidiocesi di Lucca e quella di Pisa e di Lucca e di Apuania, ieri fra la Repubblica di Lucca, signori, signorie e consorterie della Versilia, fra il ducato di Modena e il Granducato di Toscana.

Il passo, nelle Alpi Apuane a 961 metri di altitudine fra Forato e Croce, Pania e Nona, mette in comunicazione la Versilia con la Garfagnana, vi hanno transitato popolazioni locali, pellegrini, mercanti, contrabbandieri, pattuglie partigiane, donne ed uomini intenti a buscarsi il pane e guadagnarsi il cielo. Fra i pellegrini merita una menzione Vincenzo Santini , l'autore dei Commentarii storici sulla Versilia Centrale a Petrosciana sosta la notte del 15 agosto 1824, diretto verso il Santuario di San Pellegrino in Alpe. Il transito di pellegrini che dalla Versilia si dirigevano a questo Santuario e all'Eremita, Santa Maria ad Martyres di Calomini, passando da Petrosciana, è testimoniato fino al primo dopoguerra.

Petrosciana è nell' alpe di Stazzema perché da Stazzema dipende e dipendeva per la cura d'anime e per la giurisdizione civile, un lembo di Versilia adagiato sul versante della valle di Fornovolasco dove due popolazioni si incontrano e scontrano, condividono e crescono.

In tema di controversie la tradizione orale tramanda di una “guerra” combattuta nel Seicento, un documento dell'Archivio privato “Santini Luigi” conferma controversie legate all'uso delle alte terre; si tratta di uno lodo di aggiustamento fra il comune di Stazzema e Forno Volascho di Modena; l'atto è rogato in data 22 ottobre 1623 per ordine di detto Stato di Modena e pubblicato il 23 giugno 1624; riguarda le terre comuni del Comune di Cardoso che, spingendosi fino al Monte Forato, erano ambite anche dagli abitanti di Fornovolasco. La sentenza conclude con l'obbligo da parte del Comune di Forno di pagare uno scudo d'oro in perpetuo al comune del Cardoso per qualsiasi concessione di terreni comunitativi.

“E voi, se l'unno e se lo slavo invade, eccovi, o figli, l'aste, ecco le spade, morrete per la vostra libertà”: i versi del Carducci evocano contesto e clima della contesa.

Nel Cinquecento e nel Seicento numerose dispute riguardano il possesso di buche alle falde della Pania che, conservando la neve tutto l'anno, in estate garantivano un proficuo commercio dell'elemento utilizzato per conservare cibi ed imbandire rinfreschi. Nel 1546 si ricorda un contrasto fra il comune di Cardoso e Malinventre, Granducato di Toscana, e il comune di Forno Volasco, Ducato di Modena, per il possesso, il controllo e lo sfruttamento delle “buche della neve”, trasportata a valle e commercializzata da montanari “agilissimi”, gli “uomini della neve”. Con il lodo del 20 gennaio 1546, rogato da ser Bartolomeo di Tomaso Finiguerri Notaio fiorentino, si stabilisce che le buche ricadono nella giurisdizione del Granducato di Toscana, di conseguenza nessun diritto vi hanno gli uomini del Ducato di Modena. Nel 1678 Cosimo III de' Medici ordina al Capitano di Giustizia di Pietrasanta di effettuare le necessarie verifiche; del rilievo si occupa Iacopo Benti che conferma essere le buche entro i confini dello Stato Fiorentino; nel luglio del 1683 si procede ad una nuova verifica dei confini contestati .

Nell'Alpe di Stazzema è Petrosciana ché le famiglie che vi abitavano e periodicamente ancora vi soggiornano portavano cognomi che risuonano tuttora con frequenza nello stazzemese: Catelani, Carli, Balduini, Bertellotti, Galanti, Viviani, Cecchi.

Alpe di Stazzema: geograficamente e storicamente il concetto è ampio e indefinito.

Comprende infatti gli alpeggi al di là del crinale, Palagnana in primis come si deduce dal Dizionario Corografico della Toscana di Emanuele Repetti che, alla voce “Alpe di Stazzema”, recita: “ con questo vocabolo è designata una contrada più alpestre della comunità di Stazzema, ed un suo popolo (S. Antonio in Alpe di Stazzema) cui fu annessa la chiesa di San Giovanni sulla Petrosciana. La quale contrada abbraccia la porzione più alta ed il Giogo dell’alpe Apuana che varca cotesta montagna fra l’Alpe Forata e le sorgenti della Torrita Cava per scendere lungo la Petrosciana a Gallicano di Garfagnana.

Nel 1845 tale comunità, registrata come “Alpe di Stazzema (Sant Antonio abate) conta 389 abitanti. Sant' Antonio è con Sant'Anna patrono di Palagnana, a San Giovanni è dedicato l’oratorio nel bosco.

Resta il dubbio se nei trecentottantanove siano conteggiati per quell’anno 1845 i cinquantasette abitanti, suddivisi in nove famiglie, registrati dal prete Luigi Catelani negli Stati d'Anime dell'oratorio di Santa Maria Maddalena in Petrosciana di Sotto.

Lasciata la foce e superato l'abitato, scendiamo nella vallata seguendo il corso del Caraglione o Petrosciana che chiamar si voglia, fino ad incontrare in un ridotto pianoro alluvionale i ruderi della Chiesaccia; la data 1267 ne denuncia in spigolo di facciata l'età: un suggestivo portale emerge parzialmente sommerso dai detriti, mura sbocconcellate rivelano il volume dell'edificio, si intuisce un cinta muraria assai ampia e un supposto cimitero, alberi crescono all'interno a testimoniare gli effetti del volgere del tempo e dell'umana incuria.

Seguendo le indicazioni del Terrilogio del 1768, custodito nell'Archivio della Parrocchia di Santa Maria Assunta di Stazzema, redatto dall'ingegner Agostino Silicani su commissione del Proposto e Vicario Foraneo di Pietrasanta Don Giovanni e del sacerdote Compadrone don Lorenzo Francesco Tacchelli, siamo in grado di individuare, alla distanza di dieci pertiche dalle rovine, (all'incirca trenta metri ), il luogo dove sorgeva il primo romitorio, di cui in superficie non sono visibili resti, sotto monte e vicinissimo alla sorgente naturale della Turrite.

Sia nel Terrilogio che nel Catasto Leopoldino quello che c'era e più non si vede è indicato con “Vestigia Chiesa Vecchia”.

Tali vestigia, sono molto probabilmente i resti i quello che fu conosciuto come Hospitale de Volaschio, citato in un documento del 1260 custodito nella Biblioteca Pubblica di Lucca in cui sono elencate le chiese dipendenti dalla Pieve di Santa Felicita di Valdicastello in Versilia. In un altro documento, che è possibile fa risalire al 1386-7, facente parte dell'Inventario del regio Archivio di Lucca, custodito nell'Archivio di Sato di Lucca, l' Hospitale risulta ancora dipendente dalla Pieve di Santa Felicita, chiesa madre della Versilia.

L'Hospitale de Volaschio, era quasi certamente destinato all'accoglienza dei pellegrini in viaggio alla volta o di ritorno da Roma o Gerusalemme. Scesi in pianura si immettevano sulla Francigena in un tratto dove era attiva la mansione di Munt Cheverol, coincidente con l'Ospedale di San Salvatore, ai piedi della collina di Capriglia.

Ed è in questa zona, più precisamente a Valdicastello, in una Valle chiamata Bona, che gli agostiniani di Vallombrosa, ( Luogo Detto In Petrosciana o Vallombrosa, si legge sul frontespizio del Terrilogio del 1768) si trasferirono edificando una chiesa dedicata sempre a Santa Maria Maddalena, come riferisce Vincenzo Santini nel settimo volume dei Commentarii, puntualizzando altrove che, a memoria di Matteo Barsotti, vi dimoravano fin dal 1247. Risulta che nel 1247 un tal fra Bomus (!)”Prior heremi Ste Marie Magdalene que dicitur Vallis Bone de Versilia”, vendette alcune proprietà a Cella. La leggenda racconta che i monaci agostiniani trasportarono a spalle da da Petrosciana a Valdicastello le milleduecento pietre utilizzate per costruire il nuovo eremo.

Da Valdicastello i monaci, pur mantenendo attivo l'eremo di Valle Bona, si dislocarono successivamente a Pietrasanta dove costruirono un ricca chiesa e un convento ed operarono fino alla soppressione napoleonica; nel 1560 la casa di Santa Maria Maddalena era stata unita a quella della vicina città.

Quanto ai monaci di Petrosciana è probabilmente in coincidenza degli eventi del 1243 che matura la decisione di abbandonare la montagna o di diradare la presenza.

Nel 1243 gli eremi del gruppo di Lucca-Pisa (fra i quali Santa Maria Maddalena di Valle Bona e Santa Maria Maddalena di Carfagnana) avanzarono a Papa Innocenzo IV la richiesta di costituire un ordine mendicante sotto il magistero spirituale di S. Agostino. Con la Bolla Incumbit nobis del 16 dicembre dello stesso anno il Papa accolse la richiesta e l'anno successivo si tenne il Capitolo di fondazione sotto la protezione del Cardinale Riccardo degli Annibaldi. Nel marzo del 1256 a Roma, presso la chiesa di Santa Maria del Popolo, dove erano convenuti circa 360 rappresentanti dei vari istituti, fu stretta la Magna Unio.

I monaci che si ispiravano a Sant'Agostino erano suddivisi in tre gruppi: - della Tuscia, diffusi in Toscana (a Lucca e a Siena il movimento era fortissimo) nel Lazio Superiore e in zone limitrofe; - di Brettino presso Fano nelle Marche, Romagna, Veneto ed Umbria; - di Giovanni Bono diffusi nell'Italia centro-settentrionale.

Gli eremiti di Petrosciana, che supponiamo interessati a questi fermenti innovativi ed anche in considerazione del decrescere dei pellegrini, affrontarono il cambiamento per calarsi nella realtà, quella oltre la foce, di una popolata pianura prossima al mare, dove la loro presenza potesse avere maggiore incisività.

Le ”piccole storie”, se così vogliamo definire la vicenda degli agostiniani di Petrosciana, concorrono a tessere la trama della “grande storia” e ne rispecchiano andamenti e sviluppi.

A partire dagli inizi del secolo XII , con la diffusione dei commerci, la nascita della borghesia ed il rifiorire dell'urbanizzazione, il bisogno di evangelizzazione crebbe e pose nuovi interrogativi: nacquero, in risposta, gli ordini mendicanti di San Francesco e San Domenico che, abbracciando una vita di povertà estrema, si proposero di contribuire alla necessaria riforma della Chiesa e di operare nelle città per evangelizzarle con la testimonianza della loro vita comunitaria, la fervida predicazione, la somministrazione dei sacramenti e la presenza nelle università.

Gli eremiti che si ispiravano a sant' Agostino o che scelsero di seguirne l'insegnamento, numerosi nella Tuscia ed in particolare nelle zone di Lucca e di Siena, desiderarono seguire la strada già tracciata da altri ordini e si organizzarono in tal senso. Non sorprende dunque la decisione del gruppo raccolto all'ombra del Forato di trasferirsi ed abbandonare, anche se non del tutto, un ospizio ormai meno affollato per diffondere il Vangelo in un contesto commerciale politico e culturale in piena fioritura.

Si suppone che lentamente il primitivo eremo si sia fatto rudere, sostituito nelle sue funzioni da un più ampio edificio costruito attorno al 1627, dove continuano ad operare eremiti dato che così vengono chiamati i religiosi di Petrosciana fino alla fine del Seicento come dimostrano il Documento della Riedificazione, l'Inventario dei beni e degli utensili ed un testamento del 1691.

La condizione di eremita presuppone una scelta di vita consacrata ritirata dalle cose del mondo e dedita alla preghiera, opposta dunque alla vita pastorale che tuttavia non esclude; accade che agli eremiti, non necessariamente monaci ma anche sacerdoti, tocchi talora, come a quelli di Santa Maria Maddalena, la cura di piccole comunità e l'accoglienza di pellegrini e viandanti. Eremita dunque non coincide necessariamente con monaco.

La nostra attenzione è adesso tutta rivolta alla Chiesaccia. L'osservazione dello stato attuale dei ruderi, ed il confronto con le misure riportate nell'Inventario, confermano che l'edificio non ha subito modifiche strutturali se non nella decadenza: le quindici braccia di lunghezza e le otto di larghezza, riferite nell'Inventario, corrispondono alla lunghezza ancor oggi apprezzabile che si attesta sui 13.80 metri per un'ampiezza di 6.30.

In due vani separati si articolava dunque l'edificio prima di essere abbandonato: chiesa e “romitorio e sagrestia” e “ l'interno, caso insolito per una chiesa lucchese, è diviso da un grande arco disposto trasversalmente, il tetto è già caduto e gli arredi trasferiti nell'oratorio di Petrosciana di Sotto.“ Così scrive Guglielmo Lera in un articolo pubblicato nel settembre del 1971 su “La provincia di Lucca” , di cui torneremo a parlare più avanti. E' ancora l'apprezzato studioso lucchese, nello stesso articolo, a riferire che al tempo erano ancora visibili i ruderi della base del campanile del primo romitorio, dai quali era stato attinto non poco materiale per la costruzione del secondo il cui stile ad opus quadratum negherebbe nella regolare disposizione delle pietre il secolo di costruzione, dichiarato invece apertamente dalla lunetta a sesto abbassato del bellissimo portale.

L'osservazione dell'interno, una selvaggia San Galgano, rivela tre locali, frutto di una riorganizzazione che ha determinato anche la chiusura di una porta di accesso nella parete laterale volta a valle. Si notano nicchie e ripostigli ricavati nello spessore dei muri a brandelli, si individuano ancora su lembi di intonaci sbocconcellati decorazioni rosse in forma di piccoli triangoli, si scopre murata la finestrella del romitorio.

Nello spessore parietale del maestoso ingresso, due testine apotropaiche dirimpettaie, simili a quelle delle Pievi di Pruno e di Stazzema, vigilano, criptiche sentinelle, sulla “piazzola” lambita dal torrente. Il Terrilogio informa di un ampio loggiato appoggiato all'esterno della parete che guarda verso la foce, mentre nell'alzato colorato in rosa è visibile un corpo sopraelevato: un breve campanile con una minuscola apertura.

Perlustrando l'edificio, oltre all'iscrizione 1627 in angolo di facciata, si individua sulla parete volta a valle una pietra che, come scrive il Lera “costituisce l'unico esempio di scultura della primitiva chiesa ed uno dei più antichi della valle del Serchio. Inserita ad oltre due metri di altezza, trattandosi di un blocco di arenaria alto cm 20 e lungo poco più di un metro, fa pensare che sia servita un tempo da architrave alla porta presbiteriale. Difficile è la sua lettura per la corrosione causata dalle intemperie. Entro una cornice costituita alle due estremità da spessi rilievi ad angolo retto presenta figurazioni molto primitive (forse teste di animali) alternate a motivi geometrici “.

L'osservazione diretta dell'iscrizione che, per gli effetti dell'alluvione del 19 giugno '96, si colloca ad un'altezza minore rispetto al passato, e la dedicazione dell'oratorio a Santa Maria Maddalena, sciolgono l'enigma. Si tratta della rappresentazione di ceppi con incatenamento sciolto e spezzato, efficaci simboli di liberazione dalla prigionia e dal supplizio.

La Maddalena, liberata dai demoni e dal peccato, è riconosciuta infatti patrona dei carcerati che, liberati, solevano offrirle come ex voto le loro catene. Il tema della prigionia e della riconquistata libertà ricorre anche nel versante opposto del Forato: poco sopra Cardoso in un antico santuario si venerava e venera San Leonardo, l'eremita di Noblac che, per concessione di re Clodoveo, poteva liberare, se ritenuti innocenti, i prigionieri. Ai piedi della sua statua i carcerati liberati o liberatisi deponevano a fine pena le loro le catene. Dietro al presbiterio dell'oratorio di Cardoso è ancora oggi appeso un paio di manette, residuale testimonianza di quei singolari ex voto.

Quanto all'oratorio della Maddalena, Terrilogio ed Inventario, custoditi ambedue nell'Archivio Parrocchiale di Santa Maria Assunta, forniscono parecchie informazioni sullo scorrere della vita fra le pareti dell'eremo e sui contatti con la popolazione.

La dedicazione alla Maddalena, che risale al primo romitorio, merita un approfondimento che investe l'ordine degli agostiniani in generale. Gli eremiti che si riconoscono nella ricchezza interiore del Santo di Ippona muovono dalla convinzione che il male sia defectus boni e sono certi di incontrare Dio nella ricerca e nel raggiungimento della Verità stessa.

Grande rivoluzione che pretende un amore assoluto per l'umanità e l'accettazione dei limiti ad essa connaturati. Maria Maddalena ha conosciuto il male e si è convertita rispondendo ad un richiamo interiore: il bene era in lei, il male lo ha riconosciuto come peccato e limite. Peccatrix ma non meretrix è un esempio realizzabile di salvezza, prescelta dal Cristo come messaggera della Resurrezione ella testimonia che è possibile liberare l'anima dalla morte.

La Maddalena, modello di intercessione come Maria, condivide con l'umanità l'esperienza concretamente vissuta della tentazione e del peccato. Gli agostiniani che la predilessero si dedicarono infatti con particolare intensità alla confessione ed alla redenzione delle prostitute, fenomeno dilagante nel Medioevo.

La dedicazione dell'eremo di Petrosciana Maria Maddalena la condivide a lungo con Sant'Anna e Santa Margherita di Antiochia Vergine e Martire: la decisa cassazione a penna del nome delle due Sante dal frontespizio del Terrilogio suona tuttavia di avvertimento a non persistere nell' errore di estendere impropriamente la dedicazione.

Nel corso del Seicento il culto di Maria Maddalena si era rafforzato in contrapposizione alla teoria luterana della giustificazione per sola fede, la Controriforma ne aveva fatto un emblema della possibilità di salvezza attraverso il libero arbitrio, l'abbandono del peccato e la penitenza. Pare tuttavia che le ragioni della cassazione rimandino anche a motivazioni di carattere amministrativo, come vedremo continuando a leggere ed interpretare i documenti.

Nell' Inventario l'oratorio è chiamato “di Santa Maria Maddalena nella Petrosciana o Vallombrosa” ma, fra gli oggetti di proprietà minuziosamente elencati vi è “una pittura di Vergine col bambino in braccio, circondati da Sant'Anna, Santa Maria Maddalena, Santa Margherita” posta sopra un altare in “legnio” con mensa di lastra. Più tardi anche i decreti di Monsignor Giuseppe Palma, Arcivescovo di Lucca, emanati a seguito della visita pastorale in Petrosciana del 23 giugno 1752, chiameranno in causa le messe da celebrare in onore di Sant'Anna e Santa Margherita. Viene infatti ingiunto al Reverendo Vincenzo di Nicola Balduini, cappellano dell'oratorio, di annotare le dodici messe annue che deve celebrare o far celebrare coll'applicazione ogni quindici giorni in tempo d'estate e le altre tre nella mattina delle feste di di Sant'Anna, Santa Margherita Vergine e Martire e Santa Maria Maddalena. Non stupisce la devozione alle due Sante invocate per la fertilità e per alleviare i dolori del parto, la prima perché madre della Madonna, l'altra perché, ingoiata dal demonio in forma di drago, riuscì a liberarsi squarciandogli il ventre con la croce. E' noto che al tempo la sterilità veniva vissuta dalla donna come colpa; quanto ai dolori del parto, temuti in ogni caso e non di rado allora anticamera di morte, lo erano ancor più in un ambiente tanto isolato.

Le tre feste cadevano opportunamente in luglio, il mese più assolato della bella stagione, il 20, il 22 ed il 26: Margherita, Maria Maddalena, Anna; rispecchiando con ciò la propensione ad individuare di preferenza Sante e Santi “estivi” per le dedicazioni degli alpeggi e degli abitati di montagna Quanto alle dodici messe per le quali il cappellano è richiamato all'obbligo della celebrazione, esulano dalle messe domenicali, sono uffici derivanti da lasciti testamentari finalizzati alla salvezza dell'anima del defunto o a favore di devozioni particolari, quali appunto quelle per Sant'Anna e Santa Margherita. Non è peregrino supporre che con la cassazione della dedicazione alle due Sante, oltre che a richiamare all'osservanza dell'unica dedizione riconosciuta, si intendesse anche procedere alla riorganizzare amministrativa dell'oratorio. L'assolvimento degli obblighi della celebrazione, collegato alla riscossione di censi e livelli, era infatti di vitale importanza per una buona conduzione dell'eremo.

Non mancano notizie relative al secolo e mezzo di vita della Chiesaccia; dal documento di Amministrazione abbiamo, spulciando nella voluminosa massa di annotazioni, notizia di interventi di manutenzione come l'applicazione di una toppa alla porta della chiesa nel 1684 per una spesa di lire 2,816, mentre 1 lira e 4 soldi al giorno vanno, nello stesso anno, al Maestro Santo di Lorenzo Macchiarini per fare la soffitta sopra l'altare. Nel 1690, 91 e 92, sono annotati gli esborsi per collazioni a base di formaggio da apparecchiare ai preti del Forno e di Calomini, al momento Camarlingo è Francesco Tacchelli e Pievano Tommaso Bertellotti; accuratamente testimoniata è la ricorrente abitudine di chiamare a rinforzo in occasione delle feste importanti preti della Garfagnana, massimamente di Forno e di Calomini, e non dell'opposta valle.

Passando ad esaminare altre questioni legate alla conduzione ed all'officiatura ecco che entra prepotentemente in scena, per la copiosità di citazioni nei documenti, il cappellano dell'oratorio, don Vincenzo Balduini.

Nella succinta descrizione che riserva all'oratorio di Petrosciana il Santini lo cita per dire che “ vi ufizziava nel 1763 “, dalle notizie raccolte in archivio emerge una lunga permanenza del medesimo nell'ufficio di Cappellano: dal 1730 circa al 1768 anno della sua morte, avvenuta il 26 gennaio alle ore 23.

Come si legge in un Raccordo, datato 1730 e trascritto nel Fascicoletto “Amministrazione oratorio 1628 (con allegato 1785)”, Vincenzo Balduini ebbe assicurato il ruolo il cappellano ancor prima dell'ordinazione a seguito di un censo accollatosi dal padre, tale facilitazione non lo dispose però a ben assolvere al servizio se, come risulta dalle carte, la visita pastorale di ventidue anni dopo rileva molte inadempienze e trascuranze nella conduzione : infatti gli viene intimato non solo di celebrare le messe, come abbiamo già visto, ma anche di annotarle in una vacchettina con specificazione del giorno, mese ed anno; di sistemare le pendenze economiche e, soprattutto, di assolvere le finalità per le quali l'oratorio è stato riedificato, doveri ed obblighi formulati sia nel decreto di Riedificazione che nel contratto della sua nomina e ribaditi nei Decreti del 1752.

Si trattava di garantire agli abitanti della Petrosciana la possibilità di poter ascoltare la messa e ricevere i sacramenti, stanti le difficoltà, acuite in inverno, derivanti dalla sentieristica ed in primis dalla distanza di tre miglia dalla Pieve di Santa Maria Assunta di Stazzema. Evidentemente il cappellano Balduini non era molto ligio per cui l'arcivescovo Palma, preoccupato dell'abbandono spirituale in cui si trovava il popolo di Petrosciana, richiama il Pievano di Stazzema al dovere di controllo e di garanzia: in caso estremo dovrà convincere gli abitanti a recarsi alla parrocchiale per ricevere adeguata istruzione religiosa e se si rifiuteranno dovrà lui stesso recarsi in Petrosciana o cercare altro sacerdote adatto all'uopo.

Non è certo casuale che la compilazione del Terrilogio, iniziata il 12 luglio 1768, cada nel medesimo anno della morte del Cappellano Balduini, e che sia avvertita dal Pievano Lorenzo Francesco Tacchelli, in accordo con il Vicario Foraneo (a cui va anche il merito di avere inventariato l'Archivio Parrocchiale di Stazzema nel 1740), la necessità e l'urgenza di sistemare la situazione dell'oratorio di Petrosciana quanto a cura a confini, censi, dazi, doveri ed obblighi relativi alla cura delle anime. Scrive l'ingegner Agostino Silicani, dopo aver invocato il nome di Gesù, Giuseppe e Maria (I M I): “Essendo le umane cose soggette nel decoro del Tempo a variazione , e alterazione, e specialmente quelle di quei Luoghi Pii che per la sua tenuta non anno un fisso sopraintendente che tenga accurata memoria dei loro interessi” e continua informando che dovrà scrivere nel campione le notizie delle scritture che hanno valore fino al momento, che dovrà mettere in prospetto quanto i debitori dovranno elargire per ricondurre nella più giusta forma la gestione dell'oratorio. L'ingegnere informa anche che le scritture non più di rilievo saranno saranno conservate in un plico a parte. La fatica del Silicani ha termine il 29 agosto del 1769, l'inchiostro denuncia l'apposizione della data in tempi diversi da quella di inizio.

Si decide, una ventina di anni dopo, di risolvere drasticamente alcuni aspetti della situazione: evidentemente la morte del cappellano Balduini e gli interventi del Reverendo e del Compadrone don Tacchelli non avevano districato tutti i nodi e le mutate condizioni storiche pretendevano altre interventi e risposte; risultati evidentemente vani i precedenti tentativi e in risposta a sopraggiunti bisogni, la Chiesaccia, ad un secolo e mezzo della sua edificazione, viene abbandonata ed oratorio e culto traslocano più in alto.

Un rimando del Terrilogio narra che nel 1786, essendo ancora parroco il don Tacchelli promotore del Terrilogio, fu rifatto di nuovo il fondo del sagrato dal mezzo in su perché scalamava e fu rinnovato anche il piastronato. E' della terza edificazione che si parla. Non stupisce che sia stato difficile costruire il sagrato dato che l'edificio poggia su un pianoro fondato su spuntoni di roccia coperti di terra da riporto: “sotto tale piastronato vi furono murati grandi sassi e sopra quella terrapiena poi i piastroni dopo avere secta e battuta bene la terra e averla compressa di massi da ciocchi a masse larghe colla quale fu fatto il portico”.

L'intervento riguarda la terza edificazione dell'oratorio, quella in Petrosciana di Sotto, realizzata anche su istanza degli abitanti degli insediamenti che nel frattempo si erano accresciuti in seguito al proliferare delle attività boschive e minerarie. L'oratorio in Petrosciana di Sotto, che riporta in facciata una lapide con la data del 1786, rispondeva ad esigenze di celebrazioni più assidue ed aveva il vantaggio di essere più vicino agli abitati e lontano dal torrente.

Fu da quel momento che la seconda edificazione, abbandonata, assunse il nome dispregiativo di Chiesaccia. Un altro Ricordo annotato nel Terrilogio del 1768 tramanda che la mattina del 5 luglio 1787, previa la bontà dell'Arcivescovo di Lucca Martino Bianchi, dopo essere stato profanato l'antico fabbricato giù nel canale, fu benedetto il nuovo oratorio dal Pievano di Stazzema Nicodemo Bertellotti e fu rinnovata la grazia di avere un Cappellano che l'officiasse. L'11 ottobre 1796, il pittore Guglielmo Tommasi di Stazzema, che ventiquattro anni prima aveva dipinto l'immagine della Madonna del Piastraio, riceve 142,6 lire dal Pievano Francesco Tacchelli come compenso per aver dipinto per l'oratorio di Petrosciana un quadro con in effigie Maria Maddalena, Santa Margherita e Maria Assunta.

L'oratorio vede pochi anni dopo accresciute le opportunità spirituali per i fedeli: il 18 giugno 1805 Papa Pio VII con un breve concede “l'indulgenza plenaria e la remissione dei loro peccati a tutti i cristiani di ambo i sessi che, veramente pentiti, e confessati, e ristorati con la Santa Comunione, avranno visitato devotamente la Chiesa o Oratorio Pubblico di santa Maria Maddalena nel luogo di Petrosciana preso le Alpi sotto la cura di Stazzema, Diocesi di Pisa, nel giorno della festa della stessa Santa Maria Maddalena dai primi vespri fino al tramonto del sole del giorno nuovo in ogni anno in cui visiteranno e ivi avranno rivolte devote preghiere al Signore per la pace tra gli Stati cristiani , per superare gli errori umani, per onorare la Santa Madre Chiesa.” Nel 1872 viene fatta costruire da Vittorio Papanti-Pelletier di Pisa, Cavaliere Priore di Santo Stefano, sposo di Rosa Catelani originaria di Petrosciana, la torre campanaria che accoglie in due bifore una coppia di campane.

Il 1982 è un anno meno fortunato: il tetto della Chiesa fu scoperchiato da un fortunale, rimasto a cielo aperto per quattro anni, l'edificio fu restaurato all'esterno e dall'interno per interessamento del parroco di Fornovolasco, don Felice Del Carlo.

Il 2 agosto 2009 è una data importante: l'Arcivescovo di Pisa Giovanni Paolo Benotto si reca in visita all'oratorio di Santa Maria Maddalena ed, apprezzando le bellezze della vallata di Fornovolasco , definisce Petrosciana un “lembo di terra pisana”. Di Pisa e non più di Lucca si parla in termini diocesani fin dal lontano 18 luglio 1789, data in cui il decreto di Papa Pio VI , rispondendo alla esigenze di Pietro Leopoldo, Granduca di Toscana, di riunire entro i confini granducali l’autorità civile e religiosa di tutti i sudditi del Vicariato regio di Pietrasanta, sottraendoli all’influenza della repubblica lucchese e del suo clero, sancì il passaggio delle terre di Stazzema dall' Arcidiocesi di Lucca a quella di Pisa.

Il 10 agosto 2013 l'Arcivescovo Benotto sale sulla vetta del Monte Forato per celebrarvi messa nel centenario della collocazione della Croce da parte dell'Arcivescovo Pietro Maffi, iniziativa, quella del 1913, determinata dalla volontà di onorare il XVI centenario dell'Editto di Milano con cui l'imperatore Costantino concesse libertà di culto ai cristiani.

Terra depositaria di eventi di grande respiro storico, Petrosciana, e di incontri quotidiani un tempo, più radi oggi, fra due popoli e due cure, nel nome di una Santa la cui celebrazione, con decreto del 6 giugno 2016, e per espresso desiderio di Papa Francesco, è stata elevata dalla Congregazione per il Culto divino e per la Disciplina dei Sacramenti, da memoria obbligatoria a giorno di festa.

Definita da San Tommaso D'Aquino, ”apostolorum apostola”, la Maddalena fu testimone ed annunciatrice della Resurrezione. Nel contesto del Giubileo della Misericordia si riconosce attraverso la Maddalena il ruolo della donna nella Chiesa.

Ancor più significativo dunque il confluire, il 23 luglio dello stesso anno, all'oratorio di Petrosciana di Sotto, di fedeli di Stazzema, scesi dalla foce, e di Fornovolasco, saliti dal fondovalle per partecipare alla messa concelebrata da don Simone Binelli, parroco di Stazzema, e don Felice Del Carlo, parroco di Fornovolasco.

Altra importante testimonianza della “vitalità” dell'oratorio, è l'esservi state celebrate , il 5 agosto di quest'anno, le nozze di Maria Vittoria Papanti-Pelletier con Ilvio Pannullo; il rito è stato officiato dall'Arcivescovo di Pisa Benotto e dal parroco di Stazzema don Binelli. A sottolineare l'importanza della scelta da parte degli sposi è il fatto che Petrosciana è raggiungibile percorrendo in automobile un disagevole sterrato o a piedi.

Terra, Petrosciana, di fitte memorie e di presenze che i documenti come sempre conservano e risvegliano .

Fra le preziose scoperte di archivio, alcune carte rinvenute nell'Inventario e nel documento Amministrazione 1628 ci guidano nuovamente nel canale, fra i ruderi della Chiesaccia, popolati adesso di tronchi ed anneriti di licheni.

L'elenco delle suppellettili ci propone con palpitante umanità oggetti essenziali per un tranquillo scorrere della vita quotidiana e per lo svolgimento delle sacre funzioni: quattro candelabri di ottone, un convivium in cornice di legno gialla senza oro, un panco di noce, due corporali, quattro purificatori, stola e manipolo simili, un paliotto di seta celeste e fiorato guarnito di seta, piumacci rossi e bianchi, rossi e bianchi anche i quattro vasi da fiori mentre le quattro tovaglie fini sfoggiano attorno una trinetta che non spetta ad altre quattro più ordinarie, un manutergi, due ampolline, un confessionale di legno, due calzoni..... è un elenco parziale tratto da uno strumento che ci conduce attraverso una scrupolosa descrizione nell'intimità della cella dell'eremita composta da una stanza grande in alto e, a terra, da una più piccola in cui si apre una finestrella. Ed è in questo locale e nell'ampia chiesa che ha trascorso il suo tempo eremitico Stefano di Giobatta Ceragioli della Pieve di Camaiore che il 22 marzo del 1691, intenzionato a farsi pellegrino alla volta dei luoghi santi di Roma ed alla Casa Santa di Loreto, detta le sue volontà testamentarie da consegnare in mano del Signor Pievano di Stazzema in caso di morte o di non ritorno. Stefano lascia all'eremo la quota di olio alla grossa quanta ne sta in mano del padre, farina di castagne che sarà consegnata da Giobatta di Cesari di Stazzema, un pagliericcio nuovo comperato da lui stesso con un lenzuolo nuovo a corredo, un pennato non manicato, sei forchette, una camigia nuova...... Non è vecchio il nostro eremita se il padre ancora vive: piace immaginarlo, mentre abbandoniamo anche noi la cronaca del culto della Santa in Petrosciana, salutare i confratelli e lasciarsi alle spalle Vallombrosa al delucio di un' acerba primavera, il cuore colmo di sogni, nei sandali la strada.

Anna Guidi

9 settembre 2017

Commenti

12-09-2017 - 01:09:59
Gregorio Andreini

Complimenti alla professoressa Anna Guidi per questo suo affascinante ed interessante lavoro di cui ho potuto a Castelnuovo apprezzare dal vivo di persona il valore e la pregevole portata

17-09-2017 - 16:09:26
Chiara Giannotti

Brava mamma che leggi grafie antiche e decifri i segni:

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