Balestrino

Santuario di San Leonardo a Cardoso

Il santuario dedicato all'eremita di Noblac vigila un crocevia di strade vitali ieri, oggi di sentieri per amanti della montagna, della bicicletta, delle incisioni rupestri, della solitudine. Confluiscono qui le vie che salgono fino alla Pania della Croce, che collegano a Volegno e a Pruno, che raggiungono il Forato, che dalla foce di Petrosciana scendono in Garfagnana, che attraversando Cardoso e Ponte si indirizzano verso la pianura. Omphalos di un microcosmo nel versante marino delle Apuane, il santuario trova il suo gemello, nel versante interno delle stesse, nella Chiesaccia, il diruto oratorio di Santa Maria Maddalena affossato nell'alveo del Caraglione. Monte bifronte, il Forato, nelle cui pendici si perpetuano culti e riti, nel cui arco si rinnovano passaggi di soli e di lune, cammini umani e voli di falchi e poiane.

I pennati di Trogna parlano di una sacralità remota, resa più suggestiva dallo scenario di improbabili vette: il cinturato cilindro del Procinto, la porta di pietra del Forato, il dolmen della Penna Rossa, la cortina del Nona, la massa maestosa della Pania. Sacro è il piazzale del Santuario dove nel solstizio d'inverno, in prossimità della nascita del redentore, alle ore 10,07, il sole lancia il primo fascio di luce dalla parte bassa della Sinice e tutto il resto è ombra per le sagome di Procinto e Nona. Un perimetro di luce nel buio, breve soglia da cui muovere per affrontare il gelo e la morte senza i quali non è vita. E san Leonardo del parto è patrono: dove e quando tutto muore, tutto inizia, la fine è il principio, dal sepolcro si risorge alla luce.

Vita e morte, il più impegnativo dei passaggi che il Forato, petrosa ianua, accoglie nella sua dedicazione a Giano, il dio prediletto dei romani, che di ogni porta, arco, passaggio e transito era riconosciuto dio e protettore.

Alla Pania Forata, definita da Vincenzo Santini uno dei bei scherzi della natura,va dunque l'allora di una indiscussa sovranità.

La letteratura con Pea tramanda, a proposito di scherzi, la leggenda della roccia che si lacera e dilata in soccorso alla sacra famiglia inseguita da Erode, inghiottito a sua volta dalla voragine apertasi fra Nona e Procinto; la narrativa popolare ricorda con Pasquale Ancillotti il tentativo di un pastorello adolescente che tenta di emanciparsi dalle angherie della matrigna trascinando le sue pecore attraverso il Forato, porta della libertà, scenario di un'iniziazione per altro fallita.

Crocevia e meta, l'oratorio edificato fra le querce di Farneta, “una piccola borgata dove facevasi il carbone, posta sul Colle o Monticello sopra il Cardoso, ove stava una chiesa dedicata a San Leonardo, che la tradizione diceva avesse abitato in attorno San Guglielmo, Duca di Aquitania,” riferisce Vincenzo Santini nei Commentarii, dove “ nel 1514 si rinviene il venerabile prete Luca di Farneta , che forse ne era il cappellano” e dove “nel 1456, otto gennaio, il Vescovo di Lucca dava facoltà di poter riconciliare” detta chiesa da “ qualunque Vescovo 'Gratia romana Sedis Habente' , indizio di qualche eccesso ivi commesso”. “ Questa chiesuola era la più piccola del capitanato ed esisteva , sebbene la borgata fosse sparita, ancora nei primi anni del regno di Cosimo III, quando venne restaurata dal Caporale Agostino Lancellotti di Cardoso.”, scrive ancora lo storico versiliese Cosimo III de' Medici governò dal 1537 al 1569.

San Leonardo, mi riferisco a quel sebbene, esiste ancora, tenuto in piedi dall'amore dei cardosini. Un amore che li spinge, in primavera, a far rivivere il luogo sacro con la celebrazione della messa, con lumi, fiori e canti religiosi e profani. Lo spazio si anima di fedeli al crescendo di suoni cavati da conchiglie, corna di muflone, tromboni di corteccia. Si attendono gli uomini della neve, i giganti della montagna che la bottinano, percorrono ed incoronano di lumi la notte del 19 giugno, memoria dell'alluvione. Alberi della cuccagna, bancarelle e stordellate annaffiate di vin buono, completano gli ingredienti di una magia che non deve andar perduta, patrimonio di ieri per il domani.

Non mancano infine per San Leonardo leggende plutoniche di tesori nascosti e in parte recuperati, gemello in questo ( che l'antico abitato ad essere distrutto da Castruccio fosse Farneta o le Casamenta non fa differenza in tema ), a Culiceta di Azzano dove una chioccia d'oro con corteggio di pulcini ammicca da secoli dal profondo e non si svela.

Santuario scarno ed essenziale che non manca di un ricovero per i pellegrini, restaurato di certo nel 1905 , come ricorda una scritta dietro l'altare che specifica in Ferdinado Ancillotti e compagni gli autori e riferisce il 28 maggio come data di fine lavori.

Della chiesa non furono in precedenza di certo entusiasti ne' il Vescovo di Lucca Stefano Trenta che nel 1467 la trovò in pessime condizioni, ne' il potente Arcivescovo Alessandro Guidiccioni il Vecchio che, in occasione della visita pastorale del 1551, la descrive: “..in luogo solitario, distante dalla casa circa un miglio, sotto il titolo di San Leonardo, considerata di nessun valore essendo completamente spoglia di ornamneti marmorei ….vi fanno celebrare solo per la festa del santo e in uno die tre giorni delle Rogazioni”

Sette anni dopo il medesimo arcivescovo lapidariamente annota: “..et oratorium Farneti in dicta parrocchia visitatum fuit”.

A rimediare alla francescana povertà degli arredi pensò, ma con efficacia non duratura, la compagnia di Santo Sano istituitasi a Pruno a fine Cinquecento. La commissione di un altare da collocarvi è giustificata con il fatto che la chiesa “mostra di essere antiquissima, dove convenivano tutti quelli della villa”, la decisione di trasferirlo nella Chiesa madre di San Nicolò a Pruno viene motivata con il trovarsi l'oratorio in un bosco “solitario e troppo aspro”.

Tale dipendenza è ribadita dalle annotazioni rese in occasione della visita pastorale dell'Arcivescovo Alessandro Guidiccioni il Giovane, nipote dell'altro, che il 20 agosto 1630 riferisce che la parrocchia conta seicento anime “ et divisa est in quatuor vicinantias: Pruno, Volegno, Cardoso, Valinventri...” e “Oratorium Sancti Leonardi de Farneta est sub cura Rectoris Pruni “.

Per inciso è chiamata in causa la Diocesi di Lucca fino al 1787, data in cui il Granduca di Toscana ottiene dal papa che il Vicariato di Seravezza, da cui Cardoso dipende, sia aggregato prima alla Diocesi di Apua con sede a Pontremoli e dall'8 settembre 1798 all' Arcidiocesi di Pisa. I territori di Stazzema, facenti parte del vicariato di Pietrasanta, erano stati staccati da Lucca il 18 luglio 1789. A due anni dalla fine del XVIII secolo la Versilia del fiume è tutta Pisana.

Ci vorranno ancora due secoli, durante i quali l'oratorio continua ad essere frequentato ed ornato di sacra immagine, per ottenere l'indulgenza plenaria da Papa Pio VIII da guadagnare in occasione di visite e preghiere nelle festività dei tre santi: Leonardo, Ansano e Pellegrino che nel 1831 vengono, con Maria SS ed il Salvatore, dipinti da un tal Liverati, giovane studente dell'Accademia di Belle Arti di Firenze in un quadro nuovo da collocare sopra l'altare maggiore, essendo la spesa liquidata con elemosine di benefattori ed elargizioni dei fedeli. Sicuramente i santi rappresentati non sono frutto di improvvisazione, come dimostra la vicenda dell'altare voluto dalla compagnia di Santo Ansano.

Un rapido sguardo ai culti ed alle dedicazioni in Cardoso rende noto che sia il Santini che il Campana riferiscono per Vallinventre di san Rocco, a testimoniare una sopraggiunta epidemia di peste, mentre per Malinventre il Santini ricorda San Nicola; il punto cronologico della chiesa dell'Assunzione è dal Santini indicato nel 1649, e contemporaneamente informa che in essa è presente la Cappella di Santa Maria Maddalena, fondata da Caterina di Bartolomeo. L'altare nella navata sinistra della chiesa è adornato da un quadro in cui Maria Maddalena compare con i capelli disciolti, mentre il cartiglio più in alto recita: Il Caporale Agostino di Bastiano del cardoso e biagio suo figlio ano fatto fare di loro proprio atto questo altare di S,Agostino e S. M. maddalena per loro devotione. . D. 1666”.

Si ribadisce il legame, rafforzato in funzione antiluterana nel Seicento, fra Agostiniani e culto della Maddalena. Ed è al seguito della Santa del “Noli me tangere”che ci spostiamo oltre la Foce di Petrosciana, giù nel canale, per trovare nella Chiesaccia, oggi sottoposta a scavi archeologici d attenzionare, gli elementi che al collegano a San Leonardo. Edificata nel 1627, come ricorda una lapide in angolo sinistro di facciata, mentre l'editto della reidificazione è di due anni dopo, mantenne la dedicazione che già era dell'antico romitorio del XII secolo, le cui vestigia sono indicate nel Terrilogio dle 1786 steso dall'Ingegner Agostino Silicani, a circa trenta metri di distanza, in prossimità della sorgente della Turrite di Gallicano. Il romitorio agostiniano svolse anche funzioni di ospizio per i pellegrini, i mercanti, i viandanti, non esclusi i contrabbandieri.

La strada, sia quella Vecchia, che quella Ducale, quasi coincidenti in toto, era di vitale importanza perchè si immetteva sulla via Francigena presso Valdicastello e collegava la Versilia, dove era attivo il porto di Motrone, alle terre degli Estensi, la zona è ricca di miniere e tuttavia quantità di ferro provenienti dall'Elba venivano trasportate nel XIV secolo a Forno Volasco per ottimizzare le attività di produzione. Un secolo prima , subito dopo la Grande Unione, gli agostiniani di Vallombrosa ( così è definita la zona nel terrilogio ) si erano trasferiti a Valdicastello erigendovi una chiesa intitolata sempre alla Maddalena. Confluiranno molto più tardi negli agostiniani di Pietrasanta.

La Chiesaccia; chiamata così dopo al rovina, doveva rispondere alle necessità religiose degli abitanti di Petrosciana, Alpe di Stazzema, assai in difficoltà nel raggiungere, specie in inverno, la Pieve di Santa Maria Assunta. Funzionò per circa un secolo e mezzo come chiesa, forse come opificio per attività legate al bosco fino all'Ottocento, di certo nel 1786 fu edificato in Petrosciana di Sotto il terzo oratorio, a cui Papa Pio VII nel 1805 concesse l'indulgenza plenaria e tuttora attivo: il 5 agosto del corrente anno vi è stato celebrato il matrimonio di Vittoria Papanti-Pelletier, discendente da Rosa Catelani, sposa di Vittorio, che in Petrosciana ha casa e terreni. La produzione di carbone utile ai forni e per uso familiare aveva detrminato nel Settecento un significativo incremento di abitazioni e giustificava pertanto una nuova edificazione necessaria a garantire i sacri uffici ai Carli, Catelani, Cesari, Balduini, Tommasi che lassù risiedevano.

Suggestiva la descrizione accurata degli arredi nell'inventario del 1688, quando il culto è ancora radicato nel canale, che mette a disposizione della nostra fantasia evocativa vasi bianchi e rossi, paliotti con frange, candelabri, banchi e panchette in legno, un quadro con la Vergine con il Bambino, Sant' Antonio, Sant'Anna e Santa Margherita di Antiochia. Sono proprio le due sante presenti in questo quadro in aggiunta alla Maddalena a stabilire un altro legame, insieme ad alla iscrizione di una pietra, con il santuario di san Leonardo. Sono così disegnati nettamente i due temi che emergono: il parto e la prigionia. Sant'Anna, Santa Margherita e san Leonardo proteggono le nascite perchè rispettivamente: Anna madre di Maria; Margherita in quanto liberatasi con una croce dal ventre del drago che l'aveva ingoiata, Leonardo per aver aiutata a partorire la regina Clotilde nella foresta di Puovain. La Maddalena, che resterebbe fuori da questi rimandi legati alle doglie, si inserisce invece prepotentemente con il tema della carcerazione che condivide con Leonardo: a lui il re Clodoveo dà la facoltà di liberare i prigionieri ritenuti innocenti, a lei si rivolgono i carcerati perchè spezzò convertendosi le catene della perdizione.

La grande pietra incastonata nel muro rivolto a valle, mostra nel rilievo ceppi spezzati, celebrazione del sollievo per la riconquistata libertà, messaggio identico a quello delle manette appese in san Leonardo, come identica è la collocazione dei due luoghi di culto in terre di confini e fughe. Scomodando Renzo Tramaglino in cerca di libertà in quel di Bergamo confortato dalla voce dell'Adda, la suggestione del contesto è degnamente evocata. In tema di terre di confine e di fughe, un richiamo va ad un altro luogo della fede del Comune di Stazzema dedicato a Santa Maria Maddalena: l'oratorio di Campagrina, dipendente dalla chiesa di S.Ansano di Basati. La chiesetta si trova sulla mulattiera che da Zarra si dirige a Castelnuovo passando da Basati, il Cipollaio e Campagrina.

Che su ambedue le strade che collegano la Versilia alla Garfagnana, in territorio granducale, a due passi dal confine con le terre degli estensi, insista e persista il culto della Maddalena, non sembra una casualità. La Chiesaccia, l'oratorio di Campagrina e il santuario di San Leonardo, si configuarno anche dunque come mete e ricoveri per fuggitivi e profughi.

Non gradito era tuttavia questo aspetto alla nonna di Fabio Felici, curatore del Santuario di San Leonardo, che disdegnava la definizione di “santo patrono dei briganti” usata dal marito Francesco per sollecitare il nipotino a raggiungere dalla selva di proprietà la chiesetta. Ella invece, avvicinando Fabio alla finestrella, indirizzava altrove l'attenzione suggerendogli di pregare la Madonna, madre dolcissima ed avvocata nostra.

 

Anna Guidi

Commenti

18-10-2017 - 08:10:38
Fabio Felici

Grazie Anna. Ottimo lavoro sul Santuario di san Leonardo, che unisce la ricerca storica alla descrizione antropologica. Noi, gente di Cardoso, abbiamo ancor di più motivo di sentirci orgogliosi di aver "mantenuto" un patrimonio che è di tutta la valle e della Versilia. La documentazione fotografica potrebbe essere di autori diversi.

18-10-2017 - 09:10:22
Longaron Umberto

Ciao Anna è un bellissimo scritto

18-10-2017 - 15:10:48
Giuseppe Donati

Complimenti per l'interessante scritto sul luogo di culto al Cardoso

20-10-2017 - 19:10:50
Stefano Pucci

Il racconto storico di Anna è molto interessante e coglie aspetti legati ad un territorio da sempre considerato il "Cardine" della vita Versiliese. Per quanto riguarda il sito di Trogna che avevo scoperto nell'ottobre del 2009, occorre in primo luogo ringraziare i proprietari del dosso roccioso dove sono incisi 43 tipi diversi di Pennati, che hanno permesso la sua pulizia e la libera frequentazione da parte di tutti, addirittura vi possono giungere anche i diversamente abili portatori di carrozzina, grazie a una passerella di legno che la collega alla condotta dell'acqua ( passerella coperta orizzontale che preleva l'acqua delle sogenti vicine ). Questo sito di cui gli abitanti del luogo erano all'oscuro, adesso è diventato motivo di orgoglio per tutte le comunità vicine, in particolare per gli abitanti di Cardoso in quanto da sempre si definivano "fatti col pennato", inconsapevoli del patrimonio delle incisioni di Trogna, molti anni prima della scoperta si erano realizzati per festeggiare la festa al Santuario di S. Leonardo delle magliette verdi con sopra un Pennato e la scritta fatti col Pennato. Il loro istinto, il loro modo di vivere, la loro anima di veri Apuani si è conservata fino ad oggi.

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