Balestrino

Gli uomini della neve

Gli uomini della neve fanno parte dell'identità della Versilia montana.

Si tratta di figure, leggendarie oggi ed estremamente reali un tempo, quando la fatica fisica, la resistenza, la tenacia ed il coraggio erano ingredienti funzionali a garantire il pane quotidiano alla famiglia o ad arrotondare il magro salario per offrire qualche opportunità in più o saldare un debito oneroso.Il commercio della neve, giustificato dalla mancanza delle moderne tecniche di refrigerazione, affonda nella notte dei tempi. Dove non esistevano le ghiacciaie, edifici con spesse mura costruiti sempre in zone ombrose, al limite del bosco o della rupe, che contenevano grandi quantità d'acqua destinata a gelare e a mantenersi tale nella cisterna scavata in profondità, si sopperiva al bisogno di ghiaccio andando a prenderlo nelle ghiacciaie naturali ad alta quota. A Vallombrosa, ad esempio, i monaci potevano usufruire di una comoda ghiacciaia, lo consentivano la lontananza dal mare, i mille metri di altitudine e la presenza di una vasta foresta. In Versilia, la vicinanza del mare, che rende infida la neve in inverno, impediva soluzioni più comode.

Praticato fin dal XVI secolo, tale commercio è attestato da vari documenti di archivio. Dalle carte contenute nell' Archivio Storico di Pietrasanta si apprende di accese dispute fra terrinchesi, cardosini ed estensi, in particolare con la la gente di Vagli, per rivendicare il possesso delle buche di neve perenne. Da giugno a settembre i montanari salivano quasi ogni giorno la Pania per raggiungere le “conserve della neve”, cavare il materiale gelato e trasportarlo al piano. Salivano di notte, senza fiaccole ne’ lanterne, ridiscendevano rapidamente prima che il sole brillasse alto in cielo, trasportavano fino a settanta chili di ghiaccio, veri Ercoli lesti come formiche, erano spesso scalzi. Del resto camminare a piedi nudi era consuetudine diffusa finalizzata a non consumare le scarpe, bene prezioso e raro. Mio zio Palmiro Guidi, classe 1926, negli anni Ottanta, saliva ancora con me all'Alpe di Pruno tenendo le scarpe in mano legate per il lacci. Era l'abitudine a motivarlo, un habitus radicato fin dalla prima infanzia, lo stesso che mi obbliga a non sprecare neanche una briciola di pane, pena essere costretta a raccogliere con il dito ardente di fiamma, ad una ad una, tutte le briciole disperse e buttate, una volta giunta in Purgatorio. Quanto agli uomini della neve, quelli che salivano da Cardoso, superata la foce di Valli, tagliavano diagonalmente il pendio di pascoli fino al valico chiamato appunto “Passo degli Uomini della neve” sulla cresta est della Pania. Scesi nel Vallone dell’Inferno e calatisi nelle buche, rapidamente la raccoglievano e pigiavano in sacche di pelle o gerle o balle di iuta doppie, dopo aver riempito l’intercapedine con le pellicine tolte alle castagne essiccate, materiale che svolgeva una funzione di isolante termico. La discesa avveniva rapidamente per la necessità che il calore del sole non liquefacesse il prezioso carico. La neve serviva a conservare, in estate, gli alimenti deperibili e per confezionare gelati e granite in occasione di feste, solenni ricorrenze e celebrazioni, per apparecchiare rinfreschi doviziosi ed anche modesti. Furono i Duchi di Toscana e i Duchi Estensi a favorire il commercio della neve per trasportarla fino a Firenze e Modena in occasione di importanti feste di corte. Vincenzo Santini, nel secondo volume dei Commentarii, a pag 474, scrive : “ Apparisce, il 22 ottobre 1661, come fino da più tempo, ma assai molto più a quei giorni, si levasse la neve da certe buche, poste alle falde della Pania, e un tal Iacopo di Francesco Bandoni di quel luogo ne spediva appunto nel surricordato anno 2000 libbre al giorno a Messer Vincenzo Benti, che ne era il Ministro Appaltatore, residente a Pisa, i quale ne doveva provvedere la Corte, e quando gli mancava era costretto a prenderla dai terrinchesi e spedirla a Firenze, specialmente nelle feste di Palazzo e quando celebravano le nozze i Granduchi o i membri della famiglia regnante”. Più volte i periti salirono fino alle buche per stabilire, con calcoli complicati, a chi appartenessero le preziose camere profonde più di trenta braccia. Il verdetto fu sempre favorevole ai Granduchi di Toscana. Alcuni abitanti di Terrinca nel 1678 presero parte alla contesa fra Modena e Firenze, appaltando le buche agli Estensi. Firenze fece ricorso contro l'iniziativa e vinse la causa. Più tardi e fino alla prima metà del Novecento, la neve veniva commercializzata soprattutto per la festa di San Lorenzo a Seravezza, il 10 agosto, e per la festa dell’Assunta a Stazzema, il 15 dello stesso mese. Fra gli ultimi “uomini della neve” storici si ricorda Lorenzo Barsanti, morto negli anni Novanta, di Cima alla Ripa. Apro una breve parentesi su “ Angè e Lorè, regina e re”, come riportava una scritta sospesa sulla loro porta a Collemezzana. Li ho conosciuti personalmente ed andavo non di rado da loro partendo da Ranocchiaia e passando dalla Fania, allora rigogliosa. La loro cucina era fantastica: linda, lucide le pentole di rame appese al muro, sempre acceso il fuoco. Venti anni più tardi ho ritrovato la stessa atmosfera nella casa di Eva Domenici a Campo all'Orzo. Dimore essenziali, vere, immerse nella natura, in un sistema integrato di campi coltivati, bosco, prati. Case vere abitate da gente vera. Lore' era fiero di mostrare un complicatodrappo di stoffa colorata che serviva per fare segnalazioni durante la seconda guerra mondiale. Diceva di averlo sottratto ai tedeschi. Raccontava anche la morte del Nonno, Angiolo Bartolucci di Collemezzana, carbonaio ed alpigiano ucciso dai tedeschi alla “Tomba”, altro luogo mitico in cui dimorava il Felicione, fratello del Vittorione di Ranocchiaia. Ambedue, l'Angè e Lorè, erano erano molto irritati per l'intrusione di alcuni speleologi nella loro cantina, dove uno “scioffio” di aria fresca permetteva di conservare il cibo anche in estate. Gli speleo intendevano studiare il percorso della cavità che alimentava lo sbuffo ed avevano utilizzato sostanze coloranti liquefatte nei torrenti sotterranei. Di tutto ciò i due coniugi erano fortemente sospettosi, di quel sospetto che è inveterato nelle genti di montagna quando estranei intendono introdurre non richieste innovazioni. Anna la pastora, alpigiana a sua volta, portava spesso il suo gregge fino a Ranocchiaia dove il borgo stava crescendo costringendola ad una più attenta vigilanza. Ma noi eravamo originari del posto, e tanto bastava.

La “professione” degli uomini della neve è tramontata al pari di quella del carbonaio, del fornaciaro, del mugnaio, del mulattiere, al sopraggiungere di nuove soluzioni tecnologiche offerte dall'ingegno umano. Rimasti indubbiamente vivi nella memoria dei cardosini, gli uomini della neve sono tornati a salire e scendere i fianchi dell Pania con il loro carico oggi prezioso unicamente in nome della tradizione. Essi portano la neve al Santuario di San Leonardo a Cardoso in occasione della festa ed illuminano con lanterne a luce viva il Monte Forato la sera del 18 giugno, vigilia della ricorrenza dell’alluvione del 19 giugno 1996, o in occasione di eventi particolarmente significativi.

La festa di san Leonardo si celebra in primavera e fa rivivere il luogo sacro con la celebrazione della messa, con lumi, fiori e canti liturgici. Al momento religioso segue la festa comunitaria: lo spazio prossimo alla chiesa si anima di fedeli al crescendo di suoni cavati da conchiglie, corna di muflone, tromboni di corteccia, canti profani. L'arrivo degli uomini della neve colora di mitico e di leggendario l'appuntamento. Obbligatorio ricordare che quello che oggi si fa per mantenere la tradizione e rendere ancor più suggestiva la festa, era fatto in passato per arrotondare il bilancio. Al tema della necessità e della fatica quotidiana spesa nel bosco rimandano anche i pennati incisi sulla rocce vicine, sacri, al di là di arcane e non improbabili interpretazioni, per la sacralità che accompagnava e dovrebbe sempre accompagnare l'umano lavoro.  

Commenti

12-02-2018 - 13:02:10
Anna Vagli

E' sorprendente come per luoghi ameni di solo valore turistico siano intercorse tante liti e controversie.

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