Balestrino

Argentieri ed intagliatori a Farnocchia nel Sette-Ottocento

Farnocchia, immersa nel verde delle selve, gregge che merizza vigilato dal pastore, si distende attorno alla chiesa ed al campanile su un crinale del Monte Lieto con il Gabberi a settentrione.

Della pigrizia delle pecore nella calura estiva non vi è tuttavia traccia nella sua storia, né quando farnocchini combattivi arsero e tagliarono nel Cinquecento le pasture di Camaiore contro i lucchesi, né tanto meno, nella costante operosità dei suoi abitanti, molti dei quali benestanti.

Giuseppe Bertelli in “Roberto Cipriani “ ed. Labirinto 1991, scrive che nella prima metà dell'Ottocento gli oltre 400 abitanti della Farnocchia di allora erano la popolazione meno povera fra quelle dell'Alta Versilia.

Sempre il Bertelli in “Il comunello di Farnocchia” ed. Labirinto 1988, a proposito dei Razzuoli afferma che erano una famiglia di benestanti, maestri nel lavoro del cesello, prodighi nel fare dono di oggetti sacri alla chiesa, mentre i Cipriani erano noti per essere dediti alla lavorazione artistica del legno, arte che, affinandosi, veniva tramandata di padre in figlio: Costanzo, Ginese, Roberto e Dionisio, Cesello.

Non stupisce che in un contesto di operosità che esprime punte di genialità, fioriscano due prestigiose botteghe complici il legname e i minerali di cui il territorio è ricco. Del resto Farnocchia dichiara nel nome un'identità legata alle farnie e nei dintorni i toponimi Argentiera confermano la presenza del prezioso minerale. Scrive Ranieri Barbacciani Fedeli, giurista d'apparato dell'età della Restaurazione, in “Saggio storico dell'antica e moderna Versilia”: I luoghi delle vene più apprezzate continuarono ad essere quelle del Bottino, ove una, fra l'altre, ben grande, e feconda d'argento veniva chiamata 'il cuor delle cave', ed altre pure ve n'erano in quella vicinanza valutate assai dallo Svedese Argenstein, essendovi tradizioni che la prima vena tentata sotto il regime di Cosimo I ( 1537-69 ) fosse quella ove attualmente è la fabbrica del ferro di Ruosina. Nell'Argentiera vi erano le antiche miniere, situate dalla parte di S.Anna, ove osservansi due grandi cave, che tuttora vuolsi che contengano dell'argento. Le quali cave rimasero abbandonate fino dal tempo della loro prima lavorazione, per occuparsi di altre migliori nel monte Sciurinello ed altrove. Il canale di Angina e Val di Castello ha parimenti delle miniere d'argento, e di rame, le quali, secondo che ne dice il memorato Svedese, troppo sollecitamente abbandonaronsin , assicurando egli che dirimpetto al palazzo della nuova Versilia vi riconobbe una miniera d'argento in tarso, con amatista e grisolita.”

Vincenzo Santini scrive che presso il canale dell'Angina vi sono rovine di fornaci che attribuisce alla lavorazione del ferro. Ad ogni buon conto vicino al paese la località Fornoli attesta nel toponimo la presenza di fornaci mentre il terreno è ricco di quarzi che, con l'argilla, sono richiesti dal processo di fusione. I minerali (galena o cerussite) venivano introdotti in crogiolo in una fornace a circa 1000° C con immissione di ossigeno; lo zolfo scompariva e il piombo ossidava formando litargirio (ossido di piombo) e permettendo così di recuperare l'argento metallico.

Anche Vincenzo Santini conferma la presenza di fabbri e di artigiani del legno; scrive infatti che nel 1535 fra gli abitanti di Farnocchia vi erano “otto fabbrichieri ossia ferraioli, un muratore e un bottaio, e per lo più nel 1750 vi si contavano due botteghe di fabbro ove, come a Pomezzana, si lavorava anche di bulino, una di legnaiuolo e per lo più quegli abitanti erano dati all'agricoltura ed alla pastorizia.”

Francesco Campana, due decenni dopo, conferma per i “comunisti” di Farnocchia l'analisi del Santini.

Ranieri Barbacciani Fedeli scrive, sotto la voce “Industria ed arti al Ponte di Stazzema”: ..Evvi anche un'officina d'intaglio in legno molto credito; in essa si eseguono diversi lavori di ornato di scultura, e architettura, e per lo più per l'uso delle chiese, come per Residenze, Cattedre, e simili, e per ogni sorte di mobilia di lusso. Il proprietario, e direttore di quest'officina è un tal Ginese Cipriani, che l'aprì l'anno 1820, e la di lui abilità è talmente cognita, sì nella Toscana, come a Massa, e Lucca, che rigurgita di commissioni da ogni parte.” Prima di questa citazione il Barbacciani Fedeli si dilunga sulle tre officine di acciarini da fucile, di Domenico Tommasi e di Francesco Bertelli, presenti a ponte (sic!) di Stazzema, nel prosieguo ricorda una fabbrica di forbici. Il Barbacciani Fedeli, concentra al ponte di Stazzema, attività che si svolgevano in altre frazioni. Interessante ed attuale l'osservazione sull' istruzione elementare e tecnica che chiama in causa il quinto Congresso Scientifico convocato a Lucca sull'argomento.

E' dunque a Farnocchia che è fiorita, proprio negli ultimi decenni del secolo dei lumi, la bottega artistica di Luigi Razzuoli, argentiere, citata dal Barbacciani Fedeli, a cui allude il rimando del bulino del Santini.

Sono centoventuno i pezzi in argento di cui abbiamo traccia e a centinaia si contano gli arredi ignei intagliati e dorati riconducibili all'attività dei Cipriani che prende avvio con il legnaiolo Costanzo ma ha nel figlio Ginese, ad inizi Ottocento, il vero fondatore. Mezzo secolo dopo le due dinastie dei Razzuoli e dei Cipriani si fondono ad opera di Roberto Cipriani che, già lavorante come argentiere presso il Razzuoli, realizza invenzioni in legno ed argento.

Sono i documenti ecclesiastici, quasi esclusivamente i libri dell'Opera, a mettere in evidenza la fortuna della bottega Razzuoli che, a partire dal 1786, entra in competizione con la corporazione della matricola lucchese, fino a quel momento pressoché detentrice nel Capitanato del monopolio delle commissioni. Fin dal 1778-79 Luigi Razzuoli, ventitreenne, si conferma come “campanaro” a cui l'Opera di Farnocchia commissiona acquisti, meno di dieci anni dopo, nel 1787, l'Opera di Santa Maria Assunta di Stazzema, gli affida l'impegnativo restauro del” servito” per l'incenso per un importo di circa 150 lire. Due anni dopo, nel 1789, don Filippo Bertocchi, per conto della medesima Opera, provvede a far realizzare dal Razzuoli un nuovo piede per l'ostensorio. In assenza di notizie documentate è all'osservazione dei manufatti che ci si rivolge per sciogliere i nodi sulla formazione e sull'apprendistato del Razzuoli, che sembrano verosimilmente collocarsi in ambito lucchese, con evidenti influssi della bottega di Francesco Simi.

Negli anni Settanta Luigi avrebbe avuto dunque modo di ricevere un'istruzione che gli permise di abbandonare le campane per dedicarsi alle argenterie.

Argentiere lo definiscono sia Giovanni Antonio di Santi Barsanti di Pruno che nel 1796 gli commissiona una croce di argento con inciso il suo nome da donare alla chiesa di san Nicolò, sia don Antonio Ginese Vanni, che nel 1797 dona una croce astile simile a quella di Pruno alla Chiesa di Terrinca e, a seguire, un ostensorio, un reliquiario, un baldacchino per tabernacolo e che, nel 1832, contatta ancora il settantasettenne Razzuoli per l'esecuzione della “tendina” per l'altare del Carmine a cui lavora anche l'aiutante Giovanni Bottari. Al Razzuoli si rivolgono spesso gli Operai di Seravezza che commissionano nel 1791 l'ostensorio di San Lorenzo e, più tardi, due serviti per l'incenso, un leggio in ebano guarnito di argento, un campanello, un bacile ed un aspersorio per l'acqua santa.

Dalla fine degli anni Ottanta in poi Razzuoli si afferma quale unico argentiere locale del capitanato e produce ostensori, croci astili, calici, pissidi e turiboli per le Chiese e le opere più danarose. Intorno al 1807 Luigi e il fratello Michelangelo si rivolgono al Confaloniere ed ai Priori di Pietrasanta per sistemare l'accesso ad una bottega di oreficeria che intendono aprire in città, in via della Zizzola, unica del luogo perlomeno fino al 1817. La produzione del Razzuoli, benché priva di punzone, contraddistinta anche dal particolare timbro cromatico del materiale impiegato (plumbeo perché al di sotto dei livelli stabiliti dalla zecca granducale) e per i repertori decorativi, è diffusa ovunque nel Capitanato. Le sue produzioni, eclettiche ed arcaiche, testimoniano un sapiente uso del cesello e del bulino, le soluzioni sono ingegnose, spesso per l'abbinamento di zone specchianti in contrasto a parti opache. Nei turiboli, ad esempio, la tazza richiama la pozzaiola per l'acqua benedetta da lui eseguita nel 1796 per la Collegiata di Pietrasanta.

Luigi Razzuoli muore a Farnocchia nel 1840. Se nei Dazzaioli di Pietrasanta gli subentra, nel 1845, il figlio Giuseppe, di fatto è Roberto Cipriani a prendere il suo posto nella produzione artistica.

Nel fondo dell'ostensorio della Collegiata di San Martino in Pietrasanta, proveniente dalla Chiesa di Sant'Agostino, sede nel XIX secolo della Arciconfraternita del SS° Sacramento, a conferma di ciò si legge:” A SPESE DEL R(EALE) CONSERVATORIO; ROBERTO CIPRIANI; NELLA FABBRICA RAZZUOLI FECE L'ANNO 1847”.

Roberto Cipriani (Farnocchia, 1826-1911) è figlio di Ginese e nipote di Costanzo, legnaiolo, quest'ultimo, è quasi certamente quello citato dal Santini e dal Campana. Probabilmente Ginese ha imparato l'arte nella bottega del padre, apportandovi originali contenuti, prendendo a modello i prototipi “nobili” presenti in Versilia ed arricchendoli con sperimentazioni che gli derivano dall'estro personale. Molto abile nel ricorso ad invenzioni stereometriche divenute pregevoli lavorazioni di intaglio, Ginese è più impacciato nella scultura dei volti come si vede nel manichino di Sant'Antonio della chiesa della Culla. L'attività di Ginese pare abbia inizio verso il 1813-14, anni in cui la Compagnia del SS. Nome di Gesù di Vallecchia paga tre pastorali ordinati a Farnocchia. La bottega si espande quando vi entrano i due figli Dionisio e Roberto. Dalle loro mani escono molti dei quattrocento pezzi degli arredi lignei religiosi della Versilia.

La bottega Cipriani, concorrente della bottega Orlandi di Vallecchia, in cento anni di attività riscuote grande fortuna, favorita dalla congiuntura storica che vede nel secolo XIX la rifondazione delle Compagnie soppresse in epoca Napoleonica e la riorganizzazione delle Corporazioni, interessate a rimpinguare gli arredi. I legni intagliati, che non gravano i bilanci di oneri eccessivi, sono molto richiesti.

Le compagnie di Terrinca, Farnocchia e Vallecchia, fin da subito, prediligono la bottega di Ginese, seguite successivamente dalle Confraternite più facoltose della Versilia con commissioni di cartagloria (chiesa di Terrinca) troni (Farnocchia, Vallecchia, Seravezza, Confraternita di Sant'Innocenzo di Stazzema), residenze (Farnocchia, Cardoso, Pruno, Compagnia del SS. Sacramento di Seravezza), crocifissi (Volegno), lampioni (Farnocchia), tabernacoli ( Volegno) serie di candelabri ( camerlenghi della Arciconfraternita di Pietrasanta) porticina di ciborio nella chiesa di Stazzema, angeli portafiamme (Arciconfraternita di Pietrasanta), per citare alcuni esempi. Ogni notizia di intaglio di Ginese viene meno nel 1842, la bottega passa ai figli, uno dei quali, Roberto, opera già, come abbiamo visto, nella bottega Razzuoli ed è contemporaneamente allievo della Scuola del Cavalier Antonio Digerini in Pietrasanta dove ha come Maestro di principi di scultura Vincenzo Santini. L'esecuzione di arredi in argento è emergente fino al 1859 Roberto solo secondariamente collabora con Dioniso inviandogli studi preliminari ed “invenzioni”. Anche se dai documenti risulta che Dioniso lavori per le chiese dell'entroterra, e Roberto per l'Opera di Pietrasanta, in realtà i due operavano in stretta collaborazione, come risulta dal Libro di Memorie

della Chiesa di S.Salvatore in cui si legge che “ ...da Roberto Cipriani e fratelli di Farnocchia fu fatto il trono della Madonna delle Grazie....” Nel 1860 muore Ginese ed i fratelli Cipriani lavorano assieme anche ufficialmente, accomunando il lungo tirocinio nella bottega paterna con la specifica educazione accademica e con l'esperienza maturata nella bottega Razzuoli. Le realizzazioni sono, d'ora in poi, saldamente strutturate mischiando talora soluzioni neo-rinascimentali e neogotiche a vistose riproduzioni di temi classici dove le rare figure a tutto tondo svolgono una funzione unicamente ornamentale.

Roberto in verità si cimentò anche con la scultura di figura come nella pala lignea intagliata e policroma raffigurante l'Ultima Cena nella Chiesa di Farnocchia.Una delle prime importanti commissioni per la bottega Cipriani fu il trono per la Madonna del Sole della Collegiata di Pietrasanta. Nel settembre del 1862, in preparazione alle celebrazioni dell'Incoronazione, che avverrà nel 1868, si volle far costruire un trono tutto dorato a forma di tempietto per la processione.

L'incarico venne affidato “a Roberto Cipriani, scultore in legno, di Farnocchia, il quale ne costruì uno tutto dorato, a forma di tempietto. Costò oltre duemila lire toscane e si conserva tutt'oggi nelle sagrestie della Collegiata”. Sempre per la Madonna del Sole, nel 1876, eseguirà un paio di ampolline in argento. Tornando alla produzione lignea, per le quattro Confraternite di Farnocchia riunite il Cipriani seguì un trono in forma di tempietto con quattro coppie di colonne binate a sorreggere la cupola, ospitato in una stabile residenza semicircolare, a costoloni ottagonali ed ampi pannelli, con girali di foglie e quadrilobature, sovrastato il tutto da un pinnacolo neogotico a ricca infiorescenza terminale. Il trono di Farnocchia trova il suo antecedente in quello che il padre creò per la Madonna Lauretana di Querceta. La chiesa di Monteggiori vanta un trono-residenza per le Quaranta Ore ed un ricchissimo e traforato palliotto opera del Nostro, che per la Collegiata di Pietrasanta intagliava una ricca muta di candelabri dedotti da quelli in argento facenti parte del corredo dell'altare della Madonna del Sole ed un traforato leggio e per il Conservatorio femminile di Pietrasanta un ricco ostensorio.

Anche le chiese dell'entroterra arricchivano in quel momento i loro arredi: la Compagnia del SS. Sacramento di Pruno con un Cristo nuovo con i quattro Lampioni per le processioni; Farnocchia con un servito di cartagloria neogotica, Basati con un trono di Maria SS.ma delle Grazie e di San Luigi Gonzaga, la Culla di numerosi intagli fra cui due residenze, Pomezzana con un reliquiario ad angelo; per la Chiesa di Nocchi, ad ottantun anni di età, nel 1907, un anno dopo la morte del fratello Dionisio, Roberto Cipriani firma una coppia di quattro candelabri. Intanto il nipote Cesello, intaglia i bastoni e le pigne terminali per il baldacchino della Compagnia di Pruno e un'urna per la Confraternita di Levigliani. I lavori di Cesello sono di altro livello rispetto a quelli dello zio che, indubitabilmente era dotato di una grande capacità creativa, per altro polivalente se, oltre al cesello, all'intaglio ed alla scultura lignea, espresse il suo ingegno nella musica e nella poesia satirico-umoristica.

Fu autore di tre opere liriche: “Santa Cecilia” in due atti, “A-B-C”, opera buffa in due atti, e “Il Natale.”; di scenette e bozzetti teatrali, di inni e composizioni varie, Messe per coro e per voci soliste ed organo, l'aria “Patria diletta” , del 1870, rappresenta il culmine del suo genio musicale. Compose anche canzonette, canti carnascialeschi, inni e romanze delicate. Nell'abbondante produzione poetica si espresse in varie forme, dando il meglio di sé attraverso il canone umoristico. Per alcuni anni compilò un lunario con divertenti personaggi e rime satiriche, sciarade ed indovinelli, una satura lank farnocchina!

 

Scrive, per il mese di febbraio, Sole nei Pesci.

Scusi, Signor padron, Lei Signoria

Di tutti i governi che propone..

Con rispetto, vo' dire anch'io la mia:

Già mi dirà che sono uno zuccone.

Io non so un accidente quel che sia

Spottica, Bonarchia, Prostituzione,

Stocrazia, Magogia, non so un sagrato

Di tutti gli altri ch'hanno illuminato.

 

BIOGRAFIA DI ROBERTO CIPRIANI

 

Nasce il 20 giugno 1826 da Costanzo e da Lorenza di Jacopo Bottari, battezzato lo stesso giorno da don Giovanni Battista Bertoni, padrini: Luigi Bertelli e Maria Violante Cipriani.

Il bambino ha un difetto fisico: una gamba più corta dell'altra, tanto che era chiamato “lo zoppo di Farnocchia”. Roberto ha fratelli: Saverio, Felice Matteo, Dionisio. UN ANEDDOTO A TAL PROPOSITO: Un giorno si presenta a Roberto un prete per ordinare una muta di candelieri e un reliquiario, pretende sconti e dice all'artista di non essere troppo attaccato a questo mondo. Roberto risponde che il prete è attaccato a questo mondo perché ci sta con due piedi e lui con uno solo.”

Roberto ha viva intelligenza, a nove anni legge bene il latino sotto la guida di don Bertoni. Il padre Ginese, su consiglio di Giuseppe Razzuoli, cesellatore e conoscitore della musica, che viveva a Pietrasanta col fratello Michelangelo, aveva lì bottega, era organista nella chiesa dei frati del SS.Sacramento, e aveva preso con sé a bottega Roberto , riconoscendone la genialità e la fede, inviò l'adolescenta Roberto in seminario a Roma dove avrebbe approfondito al conoscenza della musica. Da notare che fu accettato nonostante la menomazione, al tempo potevano diventare sacerdoti soltanto giovani privi di evidenti difetti fisici.

La vita in seminario a Roma ebbe breve durata: quattro anni, nel 1844 il diciottenne Roberto è a Lucca ad apprendere l'arte del cesellare sotto la guida di un certo Carli, con Digerini e Santini perfezionerà il disegno e scultura. Nel 1846 viene premiato dall'Accademia di Belle Arti di Pietrasanta per un disegno, nel 1847 vince il concorso per organista del Duomo di Pietrasanta, diventando esperto di musica e del melodramma, tenuto in gran conto dal teatro degli Aerostatici. Si rinforza l'amicizia con Giuseppe Razzuoli, nonostante i ventitrè anni di età che li separavano. Giuseppe Razzuoli non aveva figli. Giuseppe dona a Luigi una preziosa copia manoscritta settecentesca dello “Stabat Mater” del Pergolesi, conservata nella chiesa di Farnocchia. In questo periodo, nel 1845 Giuseppe subentra nei Dazzaioli al padre Luigi, ma di fatto vi lavora il Cipriani come testimonia l'ostensorio di San Martino del 1847.

Nel 1850 Luigi, terminato l'incarico di organista, lascia Pietrasanta e torna a Farnocchia dove fonda la Filarmonica di Santa Cecilia. Non si sposa mai, aneddoto della dichiarazione nel guscio di noce e della corte alla donna di un paese vicino,

Nel 1859, dopo nove anni, lascia Farnocchia e torna a Roma dove frequenta come uditore i corsi dell'Accademia di San Luca, entrando per altro in conflitto col maestro Casa. Nel 1862 torna a Farnocchia dove vivrà fino alla morte sopraggiunta il 27 ottobre 1911, ad ottantacinque anni.

La produzione di Roberto Cipriani, contiene opere in musica e lettere, fra cui testi musicati e musiche con testo autografo:

Stabat mater in do minore, Inno a Maria SS del Carmine

ABC, opera buffa protagonista Frullino, venditore di fiammiferi

Inni Processionali e composizioni religiose, 21 brani scritti per le feste di Natale del 1892, '93 3 '95, sonetti dedicati a Sant'Anna, a San Rocco, a San Luigi Gonzaga, all'Addolorata, alla Beata Vergine del Carmine, alla Vergine dei Dolori, alla Madonna del Carmine riproposti, anche dopo la sua morte, nei Sonetti in occasione di feste e ricorrenze.

Il Lunario di Meo e la Gioconda

La Buffonata di Betta e Mengone, Vado in America, La vecchia zittelluccia, Lo scaccia pensieri, Carnevale!!!, Il canto dell'Epifania, Frullino venditore di fiammiferi, Alla egregia Signorina Giulietta Gherardi, Nasi, Nasini, Nasoni!, Alla signorina Luisa Tonini. La nonna e il buon tempo antico, Il Canto dell'Epifania, Per la Signorina Franceschina Gherardi, La brunettina, La farfalla, Il Desio, La canzonetta “Oracolo”, La nonna e il buon tempo antico, la storiella popolare “Le confidenze”, Cose originali attuali, Dialogo, Vado in America, La vecchia zittelluccia,

 

Alla musica si dedica anche il nipote di Roberto, Silverio, figlio di Matteo e di Palmira Marchetti. Silverio dirige una scuola di musica gestita a Venezia dai Salesiani.

 

Bibliografia:

  • Giuseppe Bertelli, Roberto Cipriani, Edizioni Labirinto, Massarosa, luglio 1991

  • Mario Mencaraglia, La nascita di un artigianato locale: due famiglie di argentieri e intagliatori, in Arte Sacra nella Versilia Medicea, Studio Per Edizioni Scelte, Firenze 1995

  • Ranieri Barbacciani-Fedeli, Saggio Storico dell'antica e moderna Versilia, ristampa: edizioni Monte Altissimo, Massariosa (Lu) 1999

  • Vincenzo Santini, Commentarii, Vicende Storiche di Seravezza e di Stazzema, edizioni Tipografia Cooperativa di Consumo s.r.l. Pietrasanta, 1964.

Anna Guidi

 

Commenti

17-08-2018 - 12:08:34
Gian Luca Giannotti

Molto interessante ed esaustivo. Mio padre direttore della Corale di Querceta ne parlava spesso.Veramente belle le foto di Caterina.

Lascia un commento

Se desiderate lasciare un vostro commento su questo post del Balestrino compilate il modulo sottostante e fate click sul pulsante Invia

I dati personali saranno utilizzati da parte di Sezione Versilia storica dell'Istituto Storico Lucchese nel pieno rispetto dei principi fondamentali dettati dal Decreto Legislativo n. 196/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali) e da sue successive modifiche. Il trattamento dei dati relativi a tutti i servizi avverrà con modalità totalmente automatizzate. I dati personali saranno trattati esclusivamente con mezzi elettronici ad accesso riservato al personale addetto, incaricati del trattamento. Sezione Versilia storica dell'Istituto Storico Lucchese ha predisposto tutte le misure di sicurezza informatica necessarie per ridurre al minimo il rischio di violazione della privacy dei suoi utenti da parte di terzi. Il titolare del trattamento dei dati personali è Sezione Versilia storica dell'Istituto Storico Lucchese.

Accetto

* Campi obbligatori

 

 

Istituto Storico Lucchese – Sez. “Versilia Storica”
e-mail: versiliahistorica@gmail.com
Privacy e Cookies Accesso area riservata

Seguici su Facebook

Loghi Comuni