Balestrino

Col Di Favilla, don Celestino e don Cosimo: un paese e due sacerdoti

Il paesaggio muta nel tempo.
Per estrarre il marmo si demoliscono profili e cime, scavate fino al punto da sembrare mastabe, quando il carbon fossile soppianta il carbone di legna, il bosco si infittisce e le pianelle diventano righe di un appannato pentagramma dove le note sono i rovi e la musica il silenzio.
Destino del Colle, quest'ultimo, paese della memoria oggi, un tempo fatto di borghi e contrade, con tanto di chiesa, campanile e cimitero.
Il Colle: un grigio abitato di pietre e lavagne disteso fra il Corchia e la Pania, il Pizzo delle Saette a sentinella, a valle la liquida verde massa del lago.
Ricca la Pania del Pizzo, Santa l'Isola del lago, nomi che danno fiducia e speranza, realtà lunga, o breve, ché è in un secolo e poco più che nasce e si compie l'affascinante storia del Colle.
Il Colle, come Pentedattilo, Villa Saletta, Bussana Vecchia, Gennas, uno dei tanti paesi svuotati di vita da catastrofi naturali o disertati per l'evolversi del mercato.
Paesi fantasma, luoghi di un fascino estremo dove il cigolio di un battente fa tremare il cuore e, nelle stanze visitate dal vento, il profilo di una decorazione sbiadita e il rammarico di un inutile utensile richiamano il ritmo di giorni pieni che furono, profezia del nostro domani.
Non del tutto paese fantasma tuttavia il Colle, che l'amore dei collettorini, a partire dal 1979, ha restituito a dignità.

Paese che rinasce, anche per un giorno soltanto, quando a luglio si festeggia la Patrona e le case aprono porte e finestre, le aie apparecchiano tavolate di cibi, la Chiesa si affolla di fedeli.
Paese ancora amato e custodito, libro aperto di storie tramandate a voce e scritte nei libri, vicende di un tempo lontano ma vivo.
L'affascinante storia del Colle si compie in una manciata di anni. Le sue origini risalgono a metà Ottocento, quando la vicinanza ai pascoli, la conformazione addolcita del territorio, i folti boschi, richiamarono pastori e boscaioli, stagionalmente all'inizio, in modo stanziale poi. Una storia legata indissolubilmente a due preti, don Celestino e don Cosimo, che del Colle hanno avuto cura come delle anime dei collettorini. Don Cosimo ama anche scrivere, dalla sua penna attingiamo memorie e saperi. Nel suo diario annota che, prima che il Colle nascesse, erano visibili alcuni ruderi in muratura “in varie località fra le quali sono da notarsi le mura del Turco, alle falde del Col delle Saette, e le case dei Mori presso il Piastrone, come pure certi avanzi che si vedono alla Rave. Sono di antichissima origine le mura della fonderia del rame che si estraeva a Colle Panestra e che sebbene quasi rovinate, si possono vedere attualmente presso Pizzorno e che ancora oggi conservano il nome di Fonderia.” 

Se il Colle deve il suo nome alle faville sprigionate dalle carbonaie, i nomi delle località testimoniano una complessità di presenze e di condizioni: dei longobardi le Gualdane, dei saraceni le Mura del Turco e le Case dei Mori, mentre il Col delle Saette, Le Cupole, la Rave, Pizzorno, La Tana, i Sassi Morti, il Piastrone si rifanno alla morfologia del territorio e agli eventi atmosferici, la Fonderia alle risorse naturali come altri luoghi non ricordati in nel brano trascritto: le Verghe, la Calcina, o al progressivo popolamento del sito: Casa Nuova, Agli Orti, per arrivare alle dichiarazioni di proprietà nei toponimi del Col Di Vanni, in direzione di Puntato, e del Mulino di Gedeone, sul sentiero per Isola Santa, immortalato in quattro versi da don Cosimo: “..il mulin di Gedeone/ fa tre giri e un ruzzolone./ dalla sera alla mattina/ fa una quarra di farina....” . 

Abbarbicato ad uno sperone delle Apuane, al confine fra il Comune di Stazzema e la Garfagnana, il Colle nei Commentariidi Vincenzo Santini è collegato alle giogaie che si distaccano dalla Pania: “.... al Nord poi vi sono le altre denominate Pizzi de Campanile, Col di Favilla ossia Alpe di Levigliani, e Costa della Cavallaccia. 
Alpe di Levigliani non a torto, e dipendente come cura di anime dalla parrocchia della Visitazione di Maria, alpe abitata anche da famiglie di Isola Santa, Seravezza, Pruno, Volegno, Cardoso. E nell' Alpe di Levigliani, come riferisce Ranieri Barbacciani-Fedeli,“credè verosimile il Targioni che vi fossero miniere di rame, come in quelle di Basati, ov'è un canale ed una Chiesaparrocchiale posta nell'alpe Apuana...”, al Colle, appunto.

Molto tempo prima del Santini e del Barbacciani a prestare attenzione al luogo è Iacopo Benti, impegnato nel settembre1698 per conto del Commissario e Capitano di Giustizia di Pietrasanta nella rilevazione delle buche della neve della Pania. Egli annota che nella zona del Colle dimorava stabilmente un contadino con la famiglia, dove il termine contadino appare improprio, data l'impervia configurazione del terreno. Se e i collettorini, una volta insediatisi stabilmente, praticarono, nelle pianelle ritagliate nei pendii, un'agricoltura di sussistenza privilegiando la segale, impagliatura ideale per le sedie da vendere alle fiere dei Santi Stefano, Biagio e Giuseppe, è pur vero che la fortuna del Colle è legata al carbone che ne decretò l'espansione e il tramonto.
Le terre di uso comune contribuirono non poco, in concomitanza al prezzo contenuto dei terreni, ad attirare abitanti al Colle.

Consolidatasi la condizione di paese, al Colle funzionò uno spaccio di Sale e Tabacchi, come documenta la guida delle Alpi Apuane del CAI, sez. Ligure, edizione del 1922 che si dilunga a descrivere la conformazione dell'insediamento “un gruppo pittoresco di abitazioni con chiesuola, appollaiato sul vertice d'un colle fra annosi castagni. A Sud Est è dominato dalle rocciose e ripide pareti del pizzo delle Saette.”Gli Angeli, i Tardellli, i Babboni, i Bertozzi, i Cipollini, i Poli, i Bertoni, i Neri, i Vagli, questi i cognomi più ricorrenti fra le famiglie del Colle, costruirono le case, impiantarono attività, frequentarono la scuola, pagarono il tributo di vittime alla prima guerra e ai rastrellamenti della seconda, festeggiarono e piansero, lavorarono sodo e prosperarono fino a quando, al declinare del commercio del carbone, forniti di ragguardevoli gruzzoli, abbandonarono il paese, sfornito di energia elettrica e mai raggiunto dalla carrozzabile, per impiantarsi a valle. 
Nel 1951 il Colle contava ancora centosei abitanti, anche per effetto dello sfollamento, dieci anni dopo erano rimasti in nove, nel 1965 non c'era più nessuno, gli ultimi a scendere furono Carlotta Poli e Buonafede Babboni.
Due i cappellani del Colle che condivisero di giorno in giorno il volgere delle stagioni e delle esistenze, il sorgere e lo spegnersi del paese: don Celestino Vannucchi e don Cosimo Silicani.
Dopo di loro non fu assegnato al Colle nessuno, nelle feste importanti salirono ad officiare don Velio Mancini e don Enrico Vivaldi, parroci di Levigliani, e, finché fu parroco ad Isola Santa, anche don Marino Poli. Due soltanto, pochi per numero, non per quanto edificarono, in azioni concrete e spirituali. Ne ricostruiamo la storia attingendo a testi lontani e recenti. I contributi di Costantino Paolicchi nel 1979, Carlo Bagni nel 1987 e Oriente Angeli nel 2003 sono un patrimonio di notizie preziose.

Di don Celestino parla per primo don Agostino Neri in una pubblicazione del 1898 :“divenuto sacerdote volle servire l'oratorio di S.Anna al Colle di Favilla e vi prese tanto amore che, sebbene fosse povero di entrate, in luogo alpestre e d'inverno sepolto dalle nevi, non volle mai più saperne d'altro impiego, quantunque molti amici lo sollecitassero ad uscire da quel deserto. Si può dire che ivi tutto rinnovasse con l'opera sua, rendendo quella chiesetta molto bella, creandovi una comoda canonica, innalzando con bozze di tufo un campanile che i grandi villaggi potrebbero invidiare e collocandovi due campane. Fu straordinario sempre lo zelo che ebbe per la sua chiesetta, alla quale ottenne che si concedesse il battesimo e il camposanto, per togliere il gravissimo inconveniente di portare gli infanti a battezzare e i defunti a tumulare a Levigliani. Amò di grandissimo affetto quelle famiglie che in povere casette e capanne dimorarono a Col di Favilla. L'ultimo oggetto del quale aveva dotato la sua chiesina fu una coltre mortuaria che per la prima volta fu usata nei suoi funerali. Andò a ricevere il premio delle sue fatiche il 20 febbraio 1897”. Dell'edificazione del campanile si conosce la data esatta, leggibile nell'iscrizione “Questo popolo unito al Cappellano Vannucci fecero il campanile e le campane. 1870”

Ma certamente fra le varie fatiche sostenute da don Vannucci e dai collettorini, la più epica è il trasporto della lastra tutta di un pezzo destinata a fungere da mensa dell'altare che fu poi consacrato da monsignor Paolo Micallef, Arcivescovo di Pisa. Da Levigliani, dove era stata segata, la lastra fu trascinata fino al Colle passando attraverso le Voltoline. Fra i portatori, che faticarono non poco, nel diario di don Cosimo, è riferito esserci un certo Lorenzo Poli fu Pellegrino.
Nell'estate del 1974, in occasione di un campeggio presso la Buca dell'Omo Selvatico, collaborai al trasporto, su un tratto in discesa della lunghezza di mezzo chilometro, di un masso di notevoli dimensioni per fornire a don Pietro Pierini, che ci accompagnava nella giovanile avventura, un degno piano di appoggio, un altare naturale, su cui celebrare la messa. Mi è facile immaginare l'immane fatica spesa spingendo una pietra più grande per ben più lunghi sentieri in ardua salita e ripida discesa .

Tornando a don Vannucci, risulta che a richiedere molto impegno fu anche la questione delle sepolture, per cui fu individuato dapprima come camposanto il pianone di Tardelli Martino, più tardi l'area sul dorso del colle che si stende oltre la chiesa. E se era stato urgente agevolare la celebrazione dei riti che concludono la vita terrena (trasportare le salme fino a Levigliani era complicato), altrettanta urgenza fu richiesta per rendere meno difficoltosi i battesimi. Al tempo il sacramento si somministrava uno o due giorni dopo la nascita, per cui il viaggio di andata a Levigliani e ritorno metteva, soprattutto nella brutta stagione, a serio rischio la sopravvivenza dei neonati. Le ragioni erano sensate e la chiesa di Sant'Anna Colle ebbe il suo fonte battesimale.
Costruito il campanile andavano procurate le campane. Il loro suono assolveva compiti importanti: richiamava alle funzioni religiose, scandiva il ritmo del lavoro, annunciava eventi infausti con rintocchi convenzionali: il suono prolungato della campana grossa, la lunga, per la morte di un uomo, della piccola di una donna, quattro rintocchi richiamavano l'attenzione su un grave incidente. A soccorrere feriti o malati erano i volontari della Misericordia che utilizzavano una barella a spalla per il trasferimento a valle. Epiche imprese, allora, le operazioni che oggi si svolgono in quasi totale assenza di fatica e di rischio, fattori che concorrevano a rinsaldare i legami di solidarietà e a realizzare pienamente la cristiana fratellanza.

Nel febbraio del 1897 don Vannucchi, che tanto si era speso per il Colle nel suo lungo ministero, morì nel corale compianto, lasciando vacante la Cappellania. Quattro mesi dopo fu affidata alla cura del trentaquattrenne sacerdote prunese che, in continuazione con la pastorale di don Celestino, fece “dapadre e da prete ” al suo piccolo gregge. Giudizio scritto a proposito del predecessore da don Cosimo nel suo diario, che calzano a pennello anche per lui. Ed è sempre dalle pagine di questo diario che conosciamo la cronaca del suo arrivo al Colle ” Il 29 giugno 1897 di San Pietro entrai in possesso. La sera della vigilia di San Pietro partii accompagnato da mio padre e da Leopoldo Luperi, oriundo di Levigliani e dimorante a Pruno con la sua famiglia, e giunsi fino a Mosceta ove poco avanti avevamo incontrati alcuni favillesi che ci venivano ad incontrare.Giunti appena sul versante che guarda il Colle di Favillaalcuni della nostra compagnia fecero spari a salve il che sentito i favillesi salirono in campanile e dettero nelle campane. Procedemmo in mezzo ad una ripetuta scarica che ben si potrebbe assomigliare ad una lunga gazarra. Le donne ed i ragazzi si affollarono intorno a baciarmi la mano, come se consapevoli che quella era la mano che doveva sollevarli da terra e dare l'ultimo addio per l'eternità.”Immediatamente dopo il suo arrivo, don Cosimo iniziò ad esaminare lo stato generale della chiesa, ancora povera e disadorna.”Fra le prime cose che mi caddero sott'occhio fu l'immagine della patrona Sant'Anna che allora consisteva in un piccolo quadro di tela di nessun valore, posto sopra l'altare in una piccola cornice di legno dorato fissa in un'altra di gesso tutta scalcinata.” Don Cosimo si prefisse di porre rimedio, il che fu fattibile grazie alla generosa offerta di Maria Pierotti che assegnò duecento lire per l'acquisto della statua in memoria della mamma Giovanna”....purchè ogni qualvolta si scuopra la detta immagine si recitino tre avemarie e un gloria per l'anima della benefattrice...” Risolta la questione economica, si procedette ai lavori di ristrutturazione necessari per accogliere degnamente il simulacro. 

Ottenuto, grazie all'intervento di don Marcucci, dopo che era stata rigettata la domanda del parroco di Levigliani don Giuseppe Tognocchi, il permesso di modificare l'altare, si commissionò la predella a Franchi Federico di Volegno e a Giuseppe Bresciani di Val di Castello la cornice di marmo per l'urna. “Come ebbi tutto in punto- annota don Cosimo nel diario - chiamai il maestro muratore certo Ermenegildo di Pruno vecchio di settanta anni e per la prima cosa feci fare l'arco sopra le due colonne tutto di mattoni facendo io stesso con lui da muratore e la cornice in avanti è stata fatta da me, tanto il disegno come l'esecuzione. Finito questo feci fare il rimanente e benchè d'inverno si lavorò senza freddo e senza che cadesse una goccia d'acqua......” A creare con i pennelli l'illusione del marmo su pareti e colonne fu l'abilità di Bonaventura da Volegno. Il 10 febbraio la chiesa era pronta ad accogliere la statua che,realizzata a Milano su indicazioni fornite don Parra, parroco di Terrinca, giunse imballata alla Stazione di Querceta nel marzo del 1898. Da lì fu trasferita a Pruno presso don Bartolomeo Marcucci. Fu tuttavia necessario attendere l'arrivo della primavera per trasferire la statua al Colle. Don Cosimo descrive dettagliatamente i fatti. “Il giorno diciassette aprile 1898 ci partimmo da Colle di Favilla e ci portammo a Pruno. Alla nostra partenza il tempo era assai tranquillo ma non era sicuro che non facesse burrasche....giungemmo alle prime case di cima alle selve di Pruno verso le ore undici di mattina mentre sulla piazza della chiesa si faceva la processione....Per non dare disturbo al paese ci fermammo quivi fino che non uscisse la messa. Tosto che la gente si fu schierata per andarsene alle loro cae si fece una scarica di allegria, onde avvisare il popolo che si andava a prendere la nostra Patrona.” Il 17 aprile erano convocati i comizi elettorali, a Pruno c'erano i soldati e di conseguenza i collettorini dovettero depositare le armi ma affrontare ugualmente una battaglia: don Marcucci, per le incombenti minacce di pioggia, non intendeva consegnare la statua che fu tuttavia pretesa e prelevata dato che “...ormai il viaggio era fatto, il popolo di Col di Favilla bramava avre in paese l'immagine della sua patrona già da tempo desiderata. Fu provvisto prontamente un incerato e dopo aver messo in punto le cose partimmo, al suono di un lunghisimo doppio in terzo che i prunesi ci fecero in segno di schietta amicizia. Questi buoni giovanotti del Col di Favilla facevano a gara a star sotto le manovelle della pesantissima cassa che raggiungeva i centotrenta e più chilogrammi e senza mai più posare si proseguiva per la salita subentrando i riposati agli stanchi...Giunti che fummo sul monte ove si scuopre Levigliani facemmo cenno a liviglianesi con alcuni spari, che appena sentiti questi salirono in campanile e dettero nelle campane facendo un solenne doppio che durò fino a che non fummo alla ripa ove i liviglianesi chiamano al monte. Quivi ci riposammo un poco esplodendo ripetutamente le nostre armi mentre i liviglianesi dal canto loro fecero un altro doppio.” La comitiva, mentre saliva, per far festa sparava con fucili e pistole, per poco non ci scappò il morto: Martino Tardellidi Antonio risultò gravemente ferito da un colpo partito accidentalmente dalla sua stessa arma. La statua, giunta indenne al Colle, fu accolta festosamente e nei giorni successivi un grande numero di fedeli accorse dai dintorni per ammirarla. La cerimonia di inaugurazione dell'altare e la benedizione del simulacro ebbero luogo il 24 aprile davanti ad una folla numerosa accorsa da tutti i paesi vicini. Fra i sacerdoti presenti: don Filippo Filippini dell'Alpe di Sant'Antonio, don Ercole Pieroni dell'Isola Santa, don Giuseppe Tognocchi di Levigliani che lesse la formula della benedizione“...ma sottovoce perché era commosso fino alle lacrime e tanta era la sua gioia che provava in quel momento, che tremava come una verga”. Il Colle ebbe la sua statua che accolse per decenni le devozioni costanti dei collettorini e di quante salivano al Colle per ottenere dalla madre di Maria la benedizione di una gravidanza. Circa dieci anni dopo la discesa degli ultimi abitanti, la chiesa e il cimitero furono profanati e devastati. La statua seguì la sorte degli arredi, delle decorazioni, delle tombe. Nel 1978 fu costituito un Comitato per la ricostruzione, Liduina Babboni ne fu una delle più solerti animatrici. Furono raccolti fondi e si procedè ai necessari interventi.

Il 29 luglio del 1979, ottantuno anni dopo la prima rocambolesca ascesa del primo simulacro, con una grande processione, la nuova statua di Sant'Anna, attraverso le Gualdane, dalla Chiesa di Puntato fu portata alla chiesa del Colle. Nei giorni precedenti, la sacra immagine, dono dell'allora Arcivescovo di Pisa Benvenuto Matteucci e di Monsignor Emilio Barsottini, era stata solennemente benedetta dall'Arcivescovo stesso nella Chiesa di Querceta e di seguito esposta al culto dei fedeli nelle chiese di Terrinca e Levigliani.
Muovendo dall'oratorio della SantissimaTrinità, il ricordo di don Cosimo, si faceva più vivo anche per le parole incise nel 1943 su una lapide in facciata

“ A voi, Don Cosimo Silicani
Sacerdote dell'Altissimo
che per trentacinque anni
foste il pastore affezionato
di quest'Alpe di Terrinca
che le albe e i tramonti
vi videro qui
tra gente che vi amava e che amavate.
Per voi che uniste le vostre
alle nostre preghiere
noi alpigiani di Terrinca
questa lapide poniamo
perchè nei secoli
i buoni vi ricordino.”

Allegata a questo scritto, in immagini, la cronaca della processione.

Tornando indietro nel tempo al 24 aprile1898, risulta interessante il lungo discorso che, dopo il vespro tenne don Bartolomeo Marcucci. Lo ripercorriamo con le parole con cui ne riferisce don Cosimo:” Prese don Meo le mosse del suo discorso da cos'era il Col di Favilla quarant' anni indietro e richiamò alla memoria delle persone ascoltanti che per opera di don Celestino questo villaggio aveva cambiato in modo starordinario tanto nella chiesetta come pure ne' costumi. Quarant'ann indietro questa chiesa era una capannuccia ove nell'inverno vi si teneva il fieno, ed il popolo una mandra di delittuosi....” Don Bartolomeo si dichiarava certo che don Cosimo avrebbe operato in continuità con don Celestino e gli augurava di svolgere il suo ministero con devozione e coraggio. La sera stessa, profondamente commosso, don Cosimo espresse le sue intenzioni in un “Sonetto Agrostico”che suona così

Sul dosso a questo monte e sotto i faggi
giorni passeròdella mia vita
Lieti non già, ma con costanza ardita
luoghi amen cantando e li selvaggi.
Conosco che il dover oggi mi invita
Ad abolire i beni di fortuna,
Nascerà il sole, tramonterà la luna,
Io terrò fede ed obbedienza unita,
Così la mente mia sarò capace
Oltre i regni mondani di natura
Sollevarsi a' celesti con disio.
Il mio cuore così troverà pace
Men grave è morte, dolce sepoltura,
Ogni speranza io ripongo in Dio.

Don Cosimo, o don Simone come affettuosamente lo chiamavano, fu fedele agli intenti espressi, anche a quelli in cui esprimeva il proposito di farsi cantore dei luoghi.

Aedo dei canti popolari dell'Alta Versilia”lo definisce nel 1987 Carlo Bagni che, raccogliendo l'invito di di don Florio Giannini, ne analizza nel 1987 quasi tutta la produzione poetica: La fragolaia,La Befana, La matufiana, Versi Martelliani, L'addio al seggiolino del Consiglier Paolaccio, Rime , stabilendo paragoni con rappresentanti e movimenti della grande letteratura italiana. 

Se nei versi affiorano sovente reminescenze di Dante, Petrarca, Ariosto,Tasso, a dominare è tuttavia la dimensione popolare moraleggiante che con forti accenti sentimentali racconta di Emma Babboni, raccoglitrice di fragole maritata per forza, con festose cantilene accompagna i “mascheri” a cantar Befana fino a Isola Santa, con sarcasmo che sfocia nell'invettiva difende il parroco don Michele dalle critiche dei Pomezzanini per il crollo del campanile, con i settenari doppi rilanciati da Martelli nel Settecento costruisce dialoghi arguti, con accenti sarcastici fustiga l'ambizioso Paolaccio tradito alle elezioni e, nelle Rime, canta dettagliatamente la sua gente, sempre in faccende, come Cesarino che costruisce un acquaio con l'unico esito di aver sprecato un ballino di cemento. Don Cosimo non disdegnò nemmeno di cimentarsi con il teatro scrivendo due opere: Le Catacombe Festa di due Innamorati.

La formazione letteraria di don Simone era dunque profonda della profondità da cui scaturiscono spontanei riferimenti quotidiani. Fabio Bertellotti, direttore didattico a Stazzema fino al 1928, a tal proposito ricordava che :”la prima bella spinta alla conoscenza di Dante l'ebbi a otto anni da don Cosimo, un prete singolare, dotato di estro poetico, giocoso e garbatamente satirico. Gli servivo la messa guadagnando un soldo per mattina. Un giorno mi dettò i versi del Conte Ugolino illustrandomeli con tanta vivezza da farmeli sognare anche la notte.” E del resto l'invettiva contro Pomezzana, neLa Martufiana, conta ben più di un'assonanza con l'invettiva contro Pisa, nel canto in cui è centrale proprio la figura di Ugolino, il XXXIII dell'Inferno: “ O popol pregno / di spavalda boria!/ O stolti guidator...fermate il passo/ e il vostro mal oprar taccia la storia/ Fulmini piovan sopra quest'ammasso / d'usurpate stamberghe e non rimanga di Pomezzana sasso sopra sasso/ indi da' boddarecci divorati e di voi la memoria il mondo perda”. E doveva conoscere anche Jacopone daTodi, il nostro don Simone, se invoca i serpenti laddove il notaio convertito invocava i lupi.

Ma sbaglieremmo a dare risalto soltanto alle invettive, alla passionale difesa del sacerdote confratello di Pomezzana, ai sarcasmi e alle ironie. Don Cosimo era di grandi sentimenti nei confronti delle persone e della natura. Ne La fragolaiaper bocca di Emma, don Cosimo canta con forza il profondo dolore della maritata per forza e il fascino dei luoghi, mutevole e perfetto di stagione in stagione: 

Odo, la notte, il garrulo usignolo/levare dalle siepi il suo lamento, / forse perch'egli si ritrova solo?/ e' Come me tradito? Odo il torrente / nel venir giù mandare funesto duolo./ Meglio amarci e fuggir! I lievi venti/ percuotendo ne fan pianger le fronde/ ed al mio pianto il dolor si confonde.

Quando ritornerà la primavera/ fioriran le fragole e i lamponi;/ uscendo fuori a respirar la sera/ scenderà la fraganza nei polmoni./ Allor ricorderò l'età primiera/ della mia vita, quando coi cestoni/ fra le siepi e l'ortica le cercavo/ ed il dì seguente a vender le portavo.

Verrà l'autunno, verrà ancor l'inverno,/ verrà la primavera e ancor l'estate, / verrà la rondinella al sol materno./ Sul verone a posarsi all'inferriate/ tornerà il picchio, il collotorto e il terno;/

sarà il fragor delle lor cantate./ Tornerà il merlo, il tordo e la ghiandaia/ mai più tornerà la Fragolaia.

E tu cucù che sei re dei cantanti/ e più di tutti sei sicuro in volo, / deh, percorri i paesi tutti quanti, / che puoi trovar dall'uno all'altro polo;/ a tutti manifesta gli strazianti/ dolor ch'io soffro e per amore io sola/ mi trovo nella tomba avanti sera; dì che nessun m'aspetti a primavera.

Quando l'estate la ciacla canta/ su per i pioppi tiengli compagnia,/ dì che la Fragolaia a Pietrasanta mai più tornerà come venia./ E poi vola di pianta in pianta/ infine a Massa: giunta che tu sia alla Martana Porta, a tutti dì: la Fragolaia è morta.

E morì infatti la Fragolaia, nel 1901, a soli ventotto anni, dopo aver dato al vedovo due figli. Quando Don Cosimo giunse al Colle la tragedia personale della fanciulla era all'apice. Il sacerdote raccolse e si fece cantore del dolore della giovane, strappata dalla madre al fidanzato povero. Il sacerdozio di don Cosimo si riverbera anche in una toccante preghiera per il Venerdì Santo e nell'ode a Sant'Anna, composta per la patronale del 26 luglio 1925.

Cantò così il Crocifisso: “Gesù pendente in croce / ancor deriso da un popolo feroce/ quanta pietà di te o Signore/ e dei nostri peccati tanto orrore...”per cogliere di seguito i tratti dell'agonia nella bocca morente, nei piedi affaticati dal calvario, nel capo coronato di spine, completando il canto con un deciso invito a sospendere la bestemmia, peccato diffuso se un simile richiamo si replica anche nell'ode a Sant'Anna. 

Sotto il Tuo manto rifugiati, il dente/ di rio malore più non li avveleni./Ne' di bestemmia il suono audacemente/ Sua strage meni./ Fa che in amplesso, strette le Nazioni, / Più non echeggi a desolar la terra/ il gran flagel che innalza e abbatte i troni,/ Grido di guerra.”Il forte richiamo alla guerra si spiega con la realizzata volontà di dedicare i festeggiamenti del 1925 a quattro orfani di guerra: Nello Cipollini, Federico Vagli, Angeli Serafina, Cipollini America. 

Don Cosimo, sacerdote, aedo e molto altro ancora: boscaiolo in incetta di legna, cacciatore in cerca di selvaggina, falegname ed artista di intagli poi distrutti da barbari saccheggiatori, ospite generoso che apriva la canonica a chiunque passasse dal Colle, maestro fino al 1920, anno in cui prese a funzionare la prima scuola pubblica e giunse al paese, da Lucca, la maestra Maria Tronchi e di seguito la Noemi, la Maria di Seravezza, il maestro Gino Giorgi di Azzano che sposò la Giuliana del Colle, Franchi Adriano che fu poi sindaco di Stazzema.

Una vita per un popolo: dedizione assoluta, quella di don Cosimo e di don Celestino, un sacerdozio militante ricco di sfumature e saldo nella fede.

Piace immaginarli compagni e guide, mentre, in solitaria ricognizione fra mura silenziose e soglie deserte, percorriamo la strada che, superata la chiesa e sorpassato il cimitero, raggiunge la Rave. Fra i ruderi sbocconcellati un paio di svelti bambini portano a spasso neri gracchi legati con un filo, dalla pallida finestra una voce di madre ammonisce di tenersi alla larga dal corsaro delle Mura del Turco, due tonache si perdono nella nebbia. 

 

Anna Guidi

Commenti

04-02-2019 - 14:02:41
Caterina Giannotti

Dall'archivio fotografico di mia madre.. una meravigliosa ed interessante cronaca di 40 anni fa!

04-02-2019 - 20:02:29
D’ Angiolo Giulio

Il paesaggio non ha linguaggio e la luce non ha grammatica..... grazie Anna di farci scoprire posti così meravigliosi

05-02-2019 - 13:02:42
Eleonora Biagi

Grazie Anna per avermi fatto conoscere con la tua piacevole scrittura una nuova realtà.

10-02-2019 - 11:02:52
Marinella D’Addio

Grazie Anna. Di quel luogo conoscevo solo il nome, adesso molto di più.

Lascia un commento

Se desiderate lasciare un vostro commento su questo post del Balestrino compilate il modulo sottostante e fate click sul pulsante Invia

I dati personali saranno utilizzati da parte di Sezione Versilia storica dell'Istituto Storico Lucchese nel pieno rispetto dei principi fondamentali dettati dal Decreto Legislativo n. 196/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali) e da sue successive modifiche. Il trattamento dei dati relativi a tutti i servizi avverrà con modalità totalmente automatizzate. I dati personali saranno trattati esclusivamente con mezzi elettronici ad accesso riservato al personale addetto, incaricati del trattamento. Sezione Versilia storica dell'Istituto Storico Lucchese ha predisposto tutte le misure di sicurezza informatica necessarie per ridurre al minimo il rischio di violazione della privacy dei suoi utenti da parte di terzi. Il titolare del trattamento dei dati personali è Sezione Versilia storica dell'Istituto Storico Lucchese.

Accetto

* Campi obbligatori

 

 

Istituto Storico Lucchese – Sez. “Versilia Storica”
e-mail: versiliahistorica@gmail.com
Privacy e Cookies Accesso area riservata

Seguici su Facebook

Loghi Comuni