Balestrino

Fonti, senso e significato del pellegrinaggio

Un assaggio di pellegrinaggio... quello che ci accingiamo a compiere partendo da questa antica Pieve dei Santi Giovanni e Felicita di Valdicastello, un percorso di quattro chilometri da qui a Pietrasanta, romei che tornano a casa dopo aver assolto il voto, la penitenza, realizzato il desiderio. Pellegrini alleggeriti del loro fardello, conciliati, forti di un'esperienza significativa, importante.

Nella collocazione storica che andiamo a costruire, il nostro assaggio di pellegrinaggio si colloca alla fine del XII secolo, il borgo successivo è Sala ( il nucleo cittadino sarà fondato fra una cinquantina di anni e sarà chiamato Pietrasanta ), la pieve da cui partiamo è opera di maestranze riconducibili al canone “lombardo-comasco” attive anche per S.Maria Assunta di Stazzema), é spostata rispetto all'originale, la chiesa originale, la Pieve Vecchia, era situata ad un chilometro di distanza direzione Camaiore. Il campanile ha da venire, sarà innestato da Vincenzo Bazzichi nel 1579. L'abside, la parte più suggestiva del monumento, decorata da mensole di coronamento di archetti ciechi, mostra la figura ingenua di un pellegrino, rivestito di pelli e munito di bordone (terza figura da sinistra).

Il sentiero si snoda fra uliveti e prati. Romei ci avrebbe chiamati nella Vita Nova un Dante ancora da nascere perché: “Chiamansi palmieri in quanto vanno oltremare, là onde molte volte recano la palma; chiamansi peregrini in quanto vanno a la casa di Galizia ….. chiamasi romei in quanto vanno a Roma” e pure quelli che tornano...

Questo sentiero immette sul fascio viario riconosciuto oggi come francigena o franchigena o francesca o romea, cammino che ha origine nell'Europa occidentale, valorizzato dai longobardi in lotta con i bizantini, via di monte Bardone, anche, oggi passo della Cisa. Una via, la francigena, che ha un ventaglio di percorsi, alternative da usare se il terreno diventa fango o si secca, che offre sentieri diverticoli scorciatoie per evitare l'ostacolo di una pianta caduta, di un ponte crollato, di un burrone, per intravedere l'azzurro del mare.

L'antica viabilità romana funzionale e ben tenuta è un ricordo lontano.

Su questo sentiero da cui parte il nostro pellegrinaggio minimo confluisce un'epica strada, quella di Petrosciana, arteria che collega la Garfagnana al mare, Via Ducale la chiameranno poi e aggregherà popolazioni e commerci.

La via di Petrosciana prende il nome dalla foce, ianua petrosa, porta di pietra che salendo dalla valle della Torrite alla Versilia si apre sul versante di Stazzema proiettata al lontano mare dove trionfa il porto di Motrone.

Sulla via di Petrosciana viaggiano pellegrini, contrabbandieri e mercanti che trasportano ferro, sale, carbone. E' una strada che sfocia in alto fra Nona e Forato, la Pania a far più in là da sentinella, ha sorpassato Fornovolasco, lambito il romitorio agostiniano di Santa Maria Maddalena, fiancheggiato il ruvido Caraglione.

L'ospizio dipenderà fra un secolo secolo da questa Pieve di Valdiscastello, fra quattro sarà riedificato a trenta metri di distanza direzione ovest, e sarà conosciuto come Chiesaccia perché caduto in rovina

Pieve di San Giovanni e Santa Felicità, organizzazione territoriale, circoscrizione ecclesiastica con poteri giurisdizionali sulla plebs su cappelle, oratori e territori, sorge in campagna ed insiste su un sistema viario che la collega, in quanto chiesa matrice alle altre chiese minori. Qui si riceve il battesimo, qui si riscuotono decime e tributi.

A testimonianza del legame con la Chiesaccia a Valdicastello sia la dedicazione della parrocchia a san Giuseppe e a Santa Maddalena e la presenza di una chiesa a quest'ultima intitolata.

Ma torniamo a noi romei, pellegrini che appariranno “stranieri” a chi ci scorge sopraggiungenti, stanchi nel passo, coperto il capo col cappuccio se tira vento o freddo, sacca in spalla, piedi impolverati nei sandali o chiusi negli stivali, bastone in pugno, borraccia al fianco.

Per agros, per agrum... attraverso i campi, oltre il campo... equivalente a sconosciuti. Pellegrini ieri, pellegrini oggi, migranti che affrontano la terra e il mare per risolvere una situazione, per deporre zavorre di peccato, di fame, di miserie morali, economiche, esistenziali.

Al tramonto del XII secolo, ammesso che apparteniamo all'élite dei sapienti, siamo coscienti di percorrere un cammino testato: Sigerico , arcivescovo di Canterbury ha scritto le sue annotazioni, nominato i luoghi di sosta nel 990. Scendeva a Roma per ricevere il pallio da papa Giovanni XV e il lungo viaggio ( 80 tappe ) gli avrà dato al dimensione del suo vivere in periferia. Un secolo e mezzo dopo, nel 1151/54 tocca all'islandese Nikulas di Munkathvera, del monastero di Thingor, annotare mansioni ed emergenze, infine nel 1191 è Filippo II Augusto, di ritorno dalla terza crociata a stilare un quaderno di bordo. Potremmo, se coltissimi, saper che esiste una meravigliosa cartografia della viabilità militare romana, Tabula Peutingheriana la chiameranno fra più di tre secoli in onore di Peutingher, il suo secondo proprietario. E' una carta dettagliata e colorata, appare ingenua ai nostri occhi post copernicani, ma era perfetta per il suo tempo: Luca, Pisis, Luni, ad Tabernas Frigidas... le Fosse Papiriane, il Tirreno come un ampio fiume...

Ma forse non sappiamo che esistono diari di viaggio e mappe del territorio, siamo pellegrini semplici, del resto avanziamo a piedi, il nostro mulo, il nostro bardone, è il bastone. Non muli o asini , quelli li spingono gravi di fardelli i mercanti che incrociamo frequentemente o, i cavalli, li cavalcano Cavalieri del Tau che vigilano instancabili e severi sui nostri destini. Ladroni, lupi, frane, impaludamenti hanno minacciato e minacciano il pellegrinaggio e i monaci cavalieri sono di ronda per tutelare la nostra salvezza, per permetterci di portare a compimento il voto, di espiare la colpa. Altri monaci e monache, più sobri e meno battaglieri, ci hanno dato e daranno del cibo, un letto, pozioni di erbe e salassi se ammalati, degna e sbrigativa sepoltura in caso di morte. Ad alcuni di noi il pellegrinaggio lo ha imposto il confessore, penitenza necessariamente obbligatoria per il riscatto dei peccati e la salvezza dell'anima, per altri è una scelta avvertita ed un ripercorrere una tradizione calcando le orme dei padri. Non manca fra noi chi si è messo in viaggio mosso dal desiderio di conoscenza, bisognoso di cambiare aria e curioso di terre lontane e di umanità diversa, insofferente ad un quotidiano che più non lo soddisfa.

Sotto ogni cappuccio una storia, un racconto, una speranza. Cappucci che coprono teste maschili, per lo più... ma questa è una discriminazione più atavica che perdura....

Al collo e nella bisaccia abbiamo le veroniche, le indossammo all'andata, le lasciammo in san Pietro attaccate a statue e recinti, ne acquistammo di nuove per la famiglia con il poco peculio avanzato.

Siamo diversi da quando scendemmo. Il cammino non ha consumato soltanto le suole e la piante dei piedi, non ha scolorito soltanto il mantello e liso la bisaccia. Siamo cambiati dentro: la luce della salvezza ha dissipato le tenebre del peccato, la lontananza ha riposizionato situazioni... trattenere e gettare, un'evidenza fiorita da incontri parole scambiate, paure superate, silenzi e colloqui con l'Altro e con noi.

Siamo stati guidati (da un disegno e da uno scopo) accolti (negli ospizi) e vigilati (dai cavalieri). Ci siamo fatti carico delle nostre colpe per deporle in grembo alla pietà divina, abbiamo umilmente compiuto tutte le tappe e sperimentato emozioni vecchie e nuove, abbiamo dato fondo a tutte le nostre risorse fisiche mentali e spirituali.

Siamo migliori.

Il pellegrinaggio è un percorso analogo ai percorsi di consapevolezza e cura che intraprendiamo per superare i nostri drammi e vincere le nostre fragilità, rielaborare traumi e crisi.

Mettersi in cammino è il primo passo per ritrovarci e ritrovare il senso delle cose, degli affetti, della vita.

Il labirinto, che troviamo inciso sulla porta del Duomo di San Martino a Lucca, simbolo per eccellenza del pellegrinaggio, sintetizza una situazione di disorientamento, di confusione, di pericolo.

Sintetizzava il significato del pellegrinaggio, non ha perduto valenza oggi: Calvino ne fece, con “La sfida del labirinto”, la chiave di interpretazione del Novecento. Labirintico è persino il nostro navigare in rete e facile disperdersi fra le seduzioni di finestra in finestra, per uscirne bisogna scegliere e tenere fissa la meta: Roma, Gerusalemme, Santiago di Compostella, l'argomento per cui ci siamo messi alla tastiera, lo scopo.

Uscire dal labirinto è vincere limiti e paure, uscire dalla condizione di essere estranei al luogo ed al tempo presente, è smettere di avvolgersi nella nostra stessa tela, imparare a prendersi cura di noi stessi, essere in grado di scegliere oculatamente la mano che ci porge il filo.

Bellissima metafora quella del pellegrinaggio e bellissimo il nostro “assaggio”, riepilogo ed anticipazione dei tanti pellegrinaggi che la vita ci propone.

Anna Guidi

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