Balestrino

Peregrinar di loco in loco

Obbligatoria e doverosa una premessa generale prima di affrontare il tema dei pellegrinaggi in Versilia ed in Garfagnana che tratterò usando come filo conduttore principale la cronaca del pellegrinaggio a San Pellegrino in Alpe dell’agosto 1824 stesa da Vincenzo Santini, documento scoperto e portato a conoscenza dal Luigi Santini, direttore della sezione del nostro Istituto, nel gennaio 2007.

Esploriamo dunque un ambito territoriale dove piccoli santuari, oratori, chiesette di campagna, concorrono a costruire una “ geografia della fede e della pietà del popolo di Dio di una comunità che ivi dimora e che, nella fede, è in cammino verso la Gerusalemme celeste “ come Papa Giovanni Paolo II affermò nel “Messaggio” alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti il 21 settembre 2001.

Il pellegrinaggio è un fenomeno che connota le religioni positive. Il quinto pilastro della fede ordina ai musulmani di assolvere al pellegrinaggio raggiungendo la Mecca e raccomanda la visita alla Kaaba.

Per gli induisti vale la prescrizione di bagnarsi almeno una volta nella vita nelle acque del fiume Gange.

Il pellegrinaggio cristiano individua mete e scopi: testimonia la consapevolezza che la vita terrena è un viaggio verso la vera patria, un cammino di preghiera, un mezzo per “cambiare vita” orientandola più decisamente verso Dio, dandole una più marcata prospettiva trascendente.

Non manca al pellegrinaggio una dimensione antropologica di festa, la gioia del pellegrinaggio cristiano è il prolungamento della letizia del pio pellegrino di Israele (“Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore” Sal.122, 1 ), è sollievo per la rottura della monotonia quotidiana nella prospettiva di un momento diverso, è alleggerimento del peso della vita, che per molti, soprattutto per i poveri, è fardello pesante , è occasione per esprimere fraternità, convivenza, amicizia.

Il pellegrino che si reca al santuario è in comunione di fede e di carità non solo con i compagni con i quali compie il santo viaggio, ma con il Signore stesso che cammina con lui come camminò al fianco dei discepoli di Emmaus, con la sua comunità di provenienza e, attraverso di essa, con la Chiesa dimorante nel cielo e pellegrinante sulla terra; con i fedeli che, lungo i secoli, hanno pregato nel santuario; con la natura , che circonda il santuario, di cui ammira la bellezza e il cui ingegno e la cui arte hanno lasciato in esso molteplici segni e che si sente portato a rispettare con l’umanità , la cui sofferenza e la cui speranza si manifestano veramente nel santuario. Così si legge nel “Messaggio” di Papa Wojtyla.

La pratica del pellegrinaggio cristiano nasce nel IV secolo, in concomitanza con un nuovo generale processo di sacralizzazione territoriale. Nei primi tre secoli il pellegrinaggio non fa parte delle espressioni culturali del Cristianesimo, salvo qualche rara eccezione. La Chiesa infatti temeva la contaminazione con pratiche religiose del giudaesimo e del paganesimo, religioni in cui la pratica del pellegrinaggio era in auge.

Nel mondo antico infatti il pellegrinaggio acquisiva la fisionomia di viaggio verso località, templi, santuari nei quali si credeva di avvertire la manifestazione di una forza primigenia, di un' energia sacra, oracolare, terapeutica. Nella pratica cristiana, dopo i primi secoli, si venerano i luoghi dove sono conservate le spoglie dei martiri , testimoni di Cristo; la visita devota evolverà successivamente nel pellegrinaggio votivo.

Ciascun santuario delle religioni politeistiche conserva in se’ una dimensione cosmica. Per quanto riguarda invece il pellegrinaggio cristiano pur essendo la matrice storica prevalente il pellegrinaggio in Terrasanta, è nei pellegrinaggi di Adamo, di Abramo e di Mosè che troviamo le motivazioni teologiche.

Il pellegrinaggio di Adamo si articola in più fasi: egli esce dalle mani del Creatore, entra nel creato, abbandona l’Eden e vaga senza meta. Dalla chiamata a camminare con Dio, alla disobbedienza ed alla speranza di una salvezza: un percorso in piena libertà con Dio che veglia sui suoi passi. Nemmeno Caino è lasciato solo, ne’ il figliuol prodigo: ogni percorso errato può trasformarsi in un ritorno e in un abbraccio. La via delle tenebre si dissolve nel percorso di luce.

Il pellegrinaggio abramitico, su cui tornerò più avanti, è il paradigma della storia stessa della salvezza, anticipazione dell’esodo ideale di tutta l’umanità su un orizzonte escatologico che realizza il regno dei fini, nessun popolo escluso e per tutte le genti.

Quanto a Mosè l'esodo è prototipo di tutti i cammini di liberazione dalla schiavitù, il popolo trova la fonte del suo peregrinare nella consapevolezza di essere stato schiavo e poi liberato, paradigma dell'umanità liberata dalla schiavitù della morte in cammino verso la terra promessa ( cioè la liberazione totale e totalizzante dell'Amore). La vita umana assume la connotazione di un lungo pellegrinaggio, di esodo in esodo, verso la patria celeste dove non ci sarà più dolore e sofferenza, non ci saranno più lacrime e finalmente potremo vedere Dio faccia a faccia, come i figli al banchetto del loro babbo ( abbà ).

Il peregrinare ha radici in cielo e si spende in terra.

Cristo, Dio fatto uomo, ha vissuto in un paese ed in luoghi geografici precisi, la sua venuta è stata profetizzata in tempi remoti.

Il pellegrino cristiano si dirige dunque verso i luoghi dove avvennero gli episodi cruciali dell’Antico e del Nuovo Testamento ed in particolare verso quelli che accolsero la vita terrena di Cristo e testimoniarono il disegno di provvidenziale salvezza dell’umanità; da questa narrazione, puntualizzata da una pluralità di segni e di tracce, si sviluppa una geografia delle “impronte divine” focalizzata nella centralità dei luoghi santi che, secondo una leggenda diffusa, Maria stessa avrebbe frequentato assiduamente dopo la morte del figlio, come accade umanamente a chiunque perda una persona amata.

Gerusalemme diventa omphalos del mondo, di conseguenza si scrive la geografia partendo da Gerusalemme. Il pellegrino dell'alto Medioevo che vi si dirige crede di andare verso il centro del mondo. Ha fatto propria la raffigurazione di Isidoro di Siviglia che si fonda sulla rilettura di Plinio, di Strabone, di Pomponio Mela e sulla “Collectanea rerum mirabilium” di Solino.

Mentre la O rappresenta il grande disco del mondo avvolto nel grembo delle acque, la gamba verticale della T è il Mediterraneo che tripartisce lo spazio ponendo l’Asia in alto delimitata dalla lunetta del braccio orizzontale, l’Africa a destra della sua gamba, a sinistra l’Europa.

Nella cartografia medioevale l’oriente è in alto al posto del nostro settentrione. Gerusalemme non può non essere il centro del mondo. Gerusalemme, Santiago di Compostella, Roma: le tre mete dei grandi pellegrinaggi cristiani per i quali Dante forgia, nella Vita Nova, tre sostantivi per indicare chi li percorreva:” Chiamansi palmieri in quanto vanno oltremare, la onde molte volte recano la palma, chiamansi pellegrini in quanto molte volte vanno a la casa di Galizia…chiamansi romei in quanto vanno a Roma”.

Per questi temerari avventurieri dello spirito che furono i primi pellegrini , calcare le sante orme e seguirne le tracce sulla scorta dei sacri testi voleva dire vivere un’ esperienza assoluta che trascendeva lo spazio empirico ed il tempo degli uomini. Dopo aver abbandonato la terra di origine, terra del peccato e della perdizione ed aver affrontato un viaggio lungo e pericoloso, giungono a Gerusalemme come PEREGRINI, come stranieri nei confronti della santità del luogo. Isidoro di Siviglia definisce il pellegrinaggio LONGE A PATRIA POSITUS; SICUT ALIENIGENA ispirandosi alla tradizione giuridica romana, secondo la quale pellegrino è colui che viaggia in una terra non sua e quindi non gode dei diritti di cittadinanza.

Molti di essi cercano nella Gerusalemme terrena l’approdo finale della loro esistenza e predispongono la loro sepoltura nella valle di Giosafat per essere fra i primi a risorgere il giorno del Giudizio universale. Il pellegrinaggio è l’atto supremo di devozione perché esprime la verità secondo la quale la vita, se ben spesa, coincide con il viaggio del cristiano verso Dio.

La Bibbia infatti descrive l’esistenza umana in termini di nomadismo e di peregrinazione. Il Signore ordina in buona sostanza ad Abramo, il padre per antonomasia della fede, di farsi pellegrino: “Vattene, dal tuo paese, dalla tua patria, dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un gran popolo e ti benedirò..” L’andare di Abramo è dunque orientato ad una meta o patria paradossale; non la propria meta o patria, da rinnegare, ma una meta che Dio stabilirà.

L’esodo libererà il popolo di Israele dalla schiavitù per introdurlo nella terra di Canaan dove scorre latte e miele. Per quarant’anni gli ebrei liberati dalla schiavitù egiziana vagheranno nel deserto, luogo per eccellenza della minaccia e della morte, in cui faranno l’esperienza della vita che Dio dona loro gratuitamente: mangeranno la manna caduta dal cielo. Nessuno dei liberati raggiungerà la terra promessa, neppure Mosè che la vedrà da lontano.

Nell’affermazione dell’esistenza nomadica le due realtà accostate sono da una parte l’esistenza umana e dall’altra il viaggio, il pellegrinaggio. Accostata all’esperienza del viaggio / pellegrinaggio, l'esistenza umana si arricchisce di una chiave di lettura i cui tratti sono gli stessi del viaggio o del viaggiare /peregrinare. Metafora dunque dell'esistenza umana, il viaggio è definito da tre indicatori: il primo riguarda l’origine o punto di partenza, il secondo è il fine o punto di arrivo, il terzo è la distanza. Concretamente parlando, il viaggio/ pellegrinaggio è proprio lo spazio che si distende fra partenza ed arrivo, spazio che il movimento si illude di azzerare progressivamente. In questo spazio del provvisorio e dell’imprevedibile, cioè dell’ignoto, si dipana l’avventura della vita, che può avere il significato salvifico del dantesco viaggio o, attingendo al ventiseiesimo canto dell'Inferno, farsi “ folle volo”. La colpa di Ulisse, che non si salva ma perde, è esito della sfida al divino divieto e, metaforicamente, è resistenza ad affidarsi, a vivere l’esperienza di straniero

per raggiungere la verità. Il simbolo del Labirinto, che abbiamo la possibilità di ammirare sulla parete del Duomo di San Martino in Lucca, mentre denuncia le difficoltà di trovare la via d'uscita nel meandro delle prove e degli errori a cui ogni esistenza umana è soggetta, indica nella fede e nel pellegrinaggio di fede la soluzione salvifica.

Sin dai primordi i pellegrini che prendono la strada del ritorno si sentono in dovere di descrivere, dopo aver ricostruito tappa dopo tappa il loro viaggio, le stazioni del sacro itinerario. La prima redazione è quella , nel 333, del pellegrino di Bordeaux che a Sichem individua il pozzo scavato da Giacobbe da cui la samaritana attinse l’acqua. Egeria nel 380 usa la Bibbia come guida, al tempo del suo pellegrinaggio si è già creata una topografia sacra: ad Edessa di Mesopotamia infatti si ferma per visitare la tomba di S.Tommaso apostolo. Le redazioni itinerarie vengono tramandate non solo come memoria di un atto inaudito che connota positivamente la biografia del pellegrino e la sua discendenza, ma anche come diffusione di un'eredità edificante per quanti non possono intraprendere un viaggio lungo, faticoso e costoso.

Si riconosceva, anche attraverso la diffusione di queste memorie, una funzione sociale alla pratica del pellegrinaggio che si sarebbe riverberata sull’intero contesto della sua appartenenza. Colui che si mette in viaggio ha l’obbligo morale di predisporre come si deve le cose del mondo: di sistemare gli affari di casa, di affidare a mani sicure i suoi cari e di fare testamento. “ Movesi il vecchierel canuto e bianco del dolce loco ov’ha sua età fornita da la famigliuola sbigottita che vede il caro padre venir manco…” recitano i versi di Petrarca disegnando liricamente la situazione esistenziale e storica di quanti si pongono in cammino.

Fra le cronache di pellegrinaggio più famose, divulgate in modo significativo in occasione della promozione del progetto europeo “La Via Francigena” fin dal 1995, si annoverano gli itinerari di : Sigericus, arcivescovo di Canterbury di ritorno da Roma nel 990 dopo aver ricevuto il pallio dalle mani di papa Giovanni XV ( 79 tappe ); Nikulas di Munkathvera, abate di Tingor che nel 1154 dall’Islanda si reca a Roma e successivamente a Gerusalemme viaggiando in parte via mare ed in parte via terra; Filippo II Augusto di ritorno nel 1191 dalla terza crociata.

Se nel basso medioevo il pellegrinaggio è un elemento importante di salvezza, sin dall’alba del XIV secolo se ne annuncia il tramonto, sulla spinta di valori emergenti fortemente connotati in senso economico e terreno. Proliferano inizialmente i viaggi nelle città reliquiario e si connotano anche in termini di svagatezza e di ricerca di piaceri mondani.

La navigazione nel Mediterraneo è ostacolata dal controllo della flotta ottomana. Alla fine del Cinquecento la figura del viaggiatore di stampo baconiano rende obsoleta la figura del pellegrino medievale, egli viaggia spinto da curiosità e spirito d’impresa commerciale e non di rado impugna, cassa di risonanza del messaggio delle chiese riformate, la frusta contro la fatuità del pellegrinaggio antico. Erasmo da Rotterdam per primo ne mette in dubbio la funzione redentrice, Lutero e Calvino lo considerano un’invenzione della chiesa corrotta, un mercato idolatra del corpo e della parola.

Montaigne parlerà di desiderio di confronto con tante vite e tante opinioni. Il pellegrino medievale integrato nei valori del viaggio è definitivamente uscito di scena, più tardi si caricherà parzialmente del suo ruolo il pellegrino romantico che disconosce il proprio luogo di origine e considera la sua meta irraggiungibile in quanto immaginaria.

Aroldo di Bayron e la Gerusalemme di Chateaubriand ne sono la prova. Diverso il caso di Holman Hunt che con passione e tenacia intende arginare il primato della scienza in nome di una spinta neospiritualistica.

Fermo restando il principio che il pellegrinaggio cristiano per eccellenza ha come meta Gerusalemme a cui si accompagnano Roma e Santiago, nel tempo è andata formandosi una rete di percorsi finalizzati al raggiungimento di santuari dedicati a Santi, Sante e a Maria, venerata con vari attributi e vocazioni. Sovente è possibile raggiungerli in pochi giorni, anche quando si viaggia a piedi. Si tratta dunque di pellegrinaggi brevi, corali o individuali, espressioni religiose da collocare in un contesto temporale che varia da meta a meta.

In alcuni casi il pellegrinaggio collettivo avviene in mesi stabiliti ( maggio e settembre se il Santuario è dedicato a Maria), in altri per la festa del Santo Patrono.

Analizzati dal punto di vista sociologico questi appuntamenti, attesi e preparati, rafforzano l’identità culturale e l’appartenenza territoriale, sono occasione di incontro e scambio fra comunità che condividono la stessa fede religiosa. Nei racconti di mia mamma e di mia zia, il pellegrinaggio al Piastraio, a settembre, con lo spostamento a piedi da Azzano via Basati - Cansoli, era molto atteso ed intensamente preparato con assidue prove dalla corale di cui facevano parte, non volendo “ sfigurare” nel cimento con altre corali lì

convenute nello stesso giorno. I giovanotti, regalando un’immaginetta di Maria, sul sagrato del santuario, rivelavano il loro interessamento per la fanciulla prescelta.

Filo conduttore dell'articolata riflessione sarà dunque la cronaca del pellegrinaggio da Seravezza a San Pellegrino in Alpe di Vincenzo Santini.

Il giovane pellegrino si limita talora a brevi citazioni relative ai luoghi sacri, altre volte si dilunga maggiormente, in un caso li sorpassa rapidamente senza concedervi attenzione.

Il nostro seguirne i passi si concede invece in alcuni casi ampie soste e copiosi approfondimenti, talaltra indugia succintamente sull’argomento.

Il Santuario del Piastraio, il complesso della Chiesaccia, l’eremo di Calomini e San Pellegrino in Alpe punteggiano quel lontano viaggio, altri “luoghi santi” la cronaca non li porta alla nostra attenzione perché non si trovano su quella direttrice viaria, ne trattiamo ugualmente in quanto oggetto di devota frequentazione, di un peregrinar legato a feste e ricorrenze, a preghiere e voti. Sono oratori di alpeggi, chiese nel bosco, siti di preghiera nati per rispondere all’esigenza di non venir meno al precetto domenicale anche durante la transumanza: San Giovanni in Campanice ed in Palagnana, San Rocchino a Pomezzana, Santa Maria Maddalena in Campagrina, San Viano a Campocatino, la SS.Trinità in Puntato, Sant'Anna al Col di Favilla contribuiscono a disegnare la geografia della fede itinerante fra Versilia e Garfagnana.

Nati da una fede radicata nei cuori ed espressa devotamente nel quotidiano, questi luoghi hanno come spesso come “precursori” immagini della Madonna o di santi appesi al tronco di un albero davanti al quale sostare e pregare negli intervalli del lavoro o nelle soste degli spostamenti dal paese al bosco, alla cava, alla pianella. Diventano tabernacoli e marginettte e non di rado chiese.

A Querceta, paese e chiesa sono sviluppo ed esito della dimenticanza di un pellegrino che appese l'immagine di Maria Lauretana ad una quercia e se ne dimenticò alla partenza.

La visita a questi luoghi santi era motivata dal chiedere protezione continua o una grazia particolare, sciogliere un voto, portare l'omaggio dell'intera comunità parrocchiale o di una confraternita.

Quanto al pellegrinaggio di Vincenzo Santini ( Pietrasanta, 2 luglio 1807- 1 agosto 1876 ), sono da mettere in evidenza due elementi: ha diciassette anni ed è reduce da una delusione d’amore quando, accogliendo l’invito della zia materna giunta a Seravezza da Pietrasanta, si pone in cammino verso San Pellegrino in Alpe con la speranza di liberarsi dei sentimenti dolorosi che lo affliggevano: dopo aver ammirato il Forato, definito uno dei bei scherzi della natura, la piccola comitiva comincia a salire il monte costellato di cave e cunicoli rimbombanti per giungere “alla mezza notte suonata ad una piccola chiesuola detta del Piastrajo, ove la Zia fece preci,” giunge poco dopo a Stazzema dove viene ammirata la pieve e la gente che sta ballando in piazza. Siamo nel 1824, domenica 15 agosto per la precisione, il Santuario è stato edificato da tre anni.

Lasciamo il Santini al suo salire e poniamo attenzione alla chiesuola ove la Zia ha fatto preci a mezzanotte.

Il Santuario del Piastraio, dove si venera la Madonna del Bell’Amore, è il Santuario della Versilia fuor di ogni dubbio e confusione e la sua Madonnina è della Versilia riconosciuta protettrice.

Ricapitoliamone la vicenda accompagnati dal R.P. Guido Gherardi, Ofm ( 1868-1951) che in “Stazzema, la perla dell’Alta Versilia “ opera da lui completata e data alle stampe a Camaiore nel maggio del 1935, scrive: ” Lungo la mulattiera che dal Ponte sale a Stazzema, al termine di una selva di castagni, quando comincia il terreno coltivato del paese – detto Tasceto – sopra un breve ripiano, esisteva fin da tempo immemorabile una Marginetta di proporzioni piuttosto ampie, e quasi cappella. In essa vi era un’immagine di Maria SS. molto venerata, e chiamata ”La Madonna del santo Amore” ed anche “La Madonnina del Piastraio “a motivo della vicinanza di alcune cave di piastre.” Nei documenti dia rchivio il luogo è definito spessissimo “il Santo”, luogo di devozione per eccellenza, separato e distante dalla Chiesa parrocchiale ma altrettanto sacro.

La carrozzabile ha mutato l’accesso ai luoghi, adesso al Piastraio si scende dalla piazza di Stazzema o si sale da un segmento della mulattiera che si aggancia alla via asfaltata fra il Martinetto e le Mulina.

Il santuario è immerso nelle selve di castagni, di terre coltivate non vi è più traccia. Il toponimo è derivato dalle piastre che si ricavano dalle vicine cave, utilizzate per coprire i tetti delle case.

A custodia della medesima cava - prosegue padre Gherardi - stava già da molti anni una pia donna, Bartolomea Bertocchi, vedova ed ottantenne, la quale abitando una misera casa attigua ad essa, oltre il curare giornalmente con amore la pulizia e il decoro, si prestava sollecita ad ogni richiesta dei devoti pellegrini. Una cosa però l’angustiava: il crescente deperimento dell’immagine di Maria dipinta sul muro. Nel 1772 fece un animo risoluto e decise di sostituirla con una nuova, più grande e più bella. Si rivolse al pittore paesano Guglielmo Tommasi e a lui ne commise l’esecuzione. Ella intanto si diede a raccogliere offerte per la spesa occorrente, e queste, dice la Cronaca, furono così copiose, che, pagata l’opera dell’artista, ne avanzarono assai: E’ però vero che il lavoro per la novità del concetto era pressoché impagabile.”

Guglielmo era figlio di Tommaso, a sua volta pittore, autore anche di alcuni dei numerosi ex voto che circondano l’immagine. Al quadro, dipinto nel 1772, fu dato il titolo “Madonna del Bell’amore con il bambino e un ostensorio con l’Ostia Santa, a sinistra in adorazione gli evangelisti S.Matteo e S. Luca.” Il bove e l’angelo, simbolo rispettivamente di Luca e di Matteo completano la raffigurazione, la presenza dei due si spiega con l’essere gli evangelisti dell’infanzia di Gesù e dell’istituzione dell’Eucarestia. In ginocchio nel quadro, essi adorano il bambino e l’ostia consacrata raggiante.

Sei anni dopo l’esposizione del nuovo quadro, nel 1779, con Decreto Arcivescovile del 14 di agosto, l’Arcivescovo di Lucca Martino Bianchi ( la vicaria di Pietrasanta di cui faceva parte Stazzema, passerà con la vicaria di Barga da Lucca a Pisa, con decreto del 18 luglio del 1789 in accoglimento delle richieste del Granduca Pietro Leopoldo ), in accoglienza dell’istanza del Pievano Bertellotti della Pieve di santa Maria di Stazzema, decreta in merito alle elemosine che si fanno annualmente da più e diverse pie persone in onore di Nostra Maria Santissima ad una cappella detta La Marginetta del Santo, pochi passi distante dalla Pieve. Collettore di tutte le oblazioni ed elemosine, di qualsivoglia genere siano, sarà il Parroco pro tempore di Stazzema che dovrà amministrarle con coscienza per tutti i tempi a venire. Il parroco, benché la marginetta sia ben tenuta, avrà cura di trattenere sempre in mano uno scudo per gli eventuali bisogni accidentali, e dovrà liquidare le spese per la lampada tenuta accesa, come al solito, tutti i sabati. La casetta contigua alla marginetta deve essere data a pigione e il ricavato posto fra le elemosine ad entrata.

Entro il mese di Maggio deve essere fatto un anniversario con notturno e messa cantata con tutti i sacerdoti della cura che riceveranno l’elemosina solitamente loro data in occasione degli anniversari delle confraternite.

Di tale anniversario tutti devono averne notizia e il Parroco renderà pubblico il giorno. Il pievano ed il sacerdote più anziano trascriveranno su un apposito libro, da conservare nell’archivio della Pieve, tutte le entrate e le uscite che entro il mese di giugno dovranno essere riviste ed approvate dal vicario Foraneo di Pietrasanta.

Ne’ costui ne’ il parroco e il sacerdote anziano possono pretendere che la loro opera sia remunerata. Il decreto riconosce l’importanza del culto della Madonna del Bell’Amore e la norma e regola.

Torniamo alla nostra fonte, a Padre Gherardi: “ Divulgatosi il fatto dell’apposizione del nuovo quadro, la divozione verso quell’immagine di Maria, andò, di anno in anno, crescendo in una maniera straordinaria. Dai paesi della Versilia e della Lucchesia era un continuo affluire di pellegrini, specialmente nel mese di Maggio e di Settembre, i quali venivano a prostrarsi e a pregare la Vergine nella sua nuova immagine, ormai ritenuta per prodigiosa. Le grazie, infatti, che Ella, misericordiosa, dispensava ai supplicanti non possiamo dire che fossero poche e rare.

A dimostrazione e in attestato di queste, i beneficiati lasciavano a ricordo gli oggetti che loro avevan servito nelle infermità, come grucce, bastoni ecc., i quali venivano appesi alle pareti della Cappelletta, insieme alle tavolette votive (qualche centinaio ) dipinte dal maestro Guglielmo coll ’avvenimento del fatto. Molti di questi ricordi sono scomparsi o deperiti; ma una gran parte delle tavolette esiste ancora, visibili nel nuovo Santuario. L’affluenza stragrande dei pellegrini, la ristrettezza della marginetta, ma singolarmente l’impossibilità di soddisfare alle richieste dei medesimi di ascoltarvi la Santa Messa e accostarsi si Sacramenti della Confessione e Comunione, fecero nascere, sul principio del secolo XIX in un pio e zelante sacerdote, Don Costantino Apolloni, la bell’idea di costruire sul luogo stesso della cappelletta una chiesa, degna della Vergine miracolosa, ed atta a tutte le esigenze del culto e della pietà. Questa idea egli la manifestò e la fece circolare in paese, il quale l’accolse con vero entusiasmo.

Don Costantino allora si fece l’anima di questo imponente lavoro. Si racconta che egli nel corso della costruzione della chiesa e dell’annesso Ospizio, a somiglianza del giovin Francesco di Assisi, si dilettasse a far da manovale col portar sassi e calcina sui ponti dei maestri muratori.

Il suo ammirevole ed inusitato esempio fu - manco a dirlo - uno stimolo alla popolazione paesana e delle Mulina, la quale fece a gara a prestar l’opera sua gratuitamente per la Casa di Maria. Il 1821 la fabbrica era ultimata. Stazzema poteva ritenersi una cittadella mariana; da levante, da mezzodì e da ponente aveva la mistica bianca torre, la Madre del Bell’amore “.

Stazzema si pregia infatti ad oriente dell’oratorio della Madonna delle Nevi; a mezzogiorno della Pieve di Santa Maria Assunta, della Madonna del Piastraio a ponente.

Dopo qualche anno, grazie alle cospicue elemosine, fu costruito in marmo fiorito l’altare ed in esso fu collocato il grande quadro dipinto da Guglielmo Tommasi. La fama del nuovo santuario superò i confini della Versilia, popolazioni vicine e lontane accorrevano in pellegrinaggio richiamate dalla fede ed anche da, come dice padre Gherardi, un “inappuntabile servizio religioso. Ogni mattina il sacerdote incaricato dell’ufficiatura discendeva a celebrarvi la santa messa e ad ascoltare le confessioni fino all’ultimo dei pellegrini. In maggio e in settembre attesa la grande folla, diversi sacerdoti confessori vi prestavano servizio che durava, a volte, massime nei dì festivi, fin oltre mezzogiorno.”

Opportunamente l’Arcivescovo di Pisa Ranieri Alliata e Pietro Del Mesta, canonico arcidiacono della primaziale e Vicario generale dell’arcivescovo, decretano nel 1833 e 1834 minuziosamente circa il servizio da garantire e i denari da amministrare.

Ad esempio nei mesi di maggio, giugno, luglio, agosto e settembre la chiesa del Piastraio deve essere aperta tutti i giorni dalle cinque di mattina fino a mezzogiorno. Negli altri giorni dell’anno per un’ora e mezzo al giorno e fino alle ore undici circa antimeridiane, tutti giorni festivi dell’anno dovrà essere aperta nel dopopranzo e nel sabato in un’ora competente, chiusa entro le ore ventiquattro.

Da notare che nove anni prima, il Santini lo trova aperto dopo la mezzanotte. Tornando alle disposizioni dell’arcivescovo Alliata si precisa che: se espressamente richiesto ( la chiesa ) va aperta ogni qualvolta.

Il canonico Del Mesta un anno dopo regola a sua volta obblighi ed onorario del servo di cui si riconosce che la Chiesa abbisogni ( 80 lire l’anno ) ed approva che si questui come accade in altri santuari a condizione della preventiva approvazione del Tribunale di Pietrasanta.

Il 5 agosto del 1833, a dimostrazione che sono anni cruciali per il santuario, vennero accordate da Papa Gregorio XVI le indulgenze per chi visitava il santuario, sette anni dopo, il pievano Giambattista Sacchelli umilmente supplica lo stesso papa, che lo concede, di prolungare per dieci anni la possibilità di lucrare indulgenze.

Per tutto il secolo XIX per il Piastraio fu una continua manifestazione di fede e di pietà, gli ex voto, spesso in argento ed in oro, attestavano le grazie ricevute e oltrepassavano la cifra di trecento.

Nel 1888 si verifica un miracolo di cui esiste la relazione scritta, inviata dal Rev. Don Giuseppe Moriconi al Gherardi. Il sacerdote era figlio del miracolato Vincenzo e nel 1935 svolgeva la sua missione sacerdotale a Lombrici. In sintesi Vincenzo Moriconi, calzolaio di Casoli, era affetto da tubercolosi polmonare. La spossante malattia fece precipitare la famiglia nell’indigenza di modo che non sussistevano i mezzi economici per garantire all’ammalato le cure del caso. Anche il medico, il dottor Dini, lo abbandonò al suo destino, visto che non aveva i mezzi per curarsi.

Nel settembre del 1888 la famiglia insiste nel voler trasportare al Piastraio l’ammalato. Due figli e la moglie accompagnano Vincenzo fino al santuario passando da San Rocchino ed impiegandovi circa quattro ore.

Per tre volte, lungo la salita, l’ammalato era caduto a terra sfinito ed ansante. Giunta la famiglia davanti all’immagine della Madonna , accostatisi tutti ai sacramenti ed ascoltata la Messa, chiedono che il quadro sia scoperto e pregano con devozione.

Consumata una misera colazione sul prato antistante il santuario, la famiglia si rimette in marcia per tornare a Casoli. Passato un mese di tempo Vincenzo era guarito e riprendeva il lavoro. Il dottor Pistelli di Camaiore si dichiarò disposto a certificare il miracolo ma nessuno dei familiari si preoccupò di raccogliere il parere medico. Vincenzo morì dieci anni dopo di tutt’altra malattia.

La tradizione orale, per bocca di Francesco Bertellotti, riferisce a Padre Gherardi di altre guarigioni di cui tutta Stazzema è a conoscenza: il 13 luglio 1921 Neri Francesco, operaio della cava Attuoni, cade dall'altezza di quindici metri nella sottostante cava Pocai su un mucchio di sassi aguzzi e taglienti.

Ne esce illeso. Prima del 1921 sono miracolati Tacchelli Dante e Luisi Severino caduti da un precipizio; quattro o cinque operai delle Mulina non riportano danni dal crollo di una galleria e non mancano miracoli attribuiti all’olio miracoloso della lampada della Madonna. La fortuna del Santuario dunque non meraviglia. Tornando a considerare l’apprezzamento che padre Gherardi fa in merito all’ incremento di presenze nell’Ottocento, esso è suffragato, a fine secolo, da due articoli de “La Croce Pisana “periodico settimanale edito dal 1872, che celebrano la fortuna del pellegrinaggio al Piastraio.

Il primo è datato 22 settembre 1895, il secondo il 27 ottobre dello stesso anno.

Nell’articolo del 16 settembre, a firma X, scritto in Pietrasanta, si legge che domenica 15 settembre aveva avuto luogo il primo gruppo del pellegrinaggio versiliese, guidato dal Rev.mo Proposto di Pietrasanta Gaetano Gherardi, al santuario del Piastraio.

Sono coinvolte le parrocchie di Pietrasanta, di San Salvatore, di Capriglia, di Capezzano e di Valdicastello. Il ritrovo era a Ponte stazzemese da dove alle ore 8 mosse il pellegrinaggio affrontando l’aspra salita del Piastraio. Precedeva il circolo Cattolico di Pietrasanta col suo stendardo e seguivano le Compagnie e il popolo. Sul piazzale del santuario, scrive l’articolista, “ci fu la grata sorpresa della Banda di Pomezzana che era venuta a salutare il pellegrinaggio e il suo presidente onorario Proposto Gherardi.” Seguì l’esecuzione dell’inno pontificio e la lettura del Telegramma del cardinal Rampolla così concepito: “Sua santità concede con affetto benedizione chiesta per pellegrinaggio Versiliese al santuario del Piastraio “Il papa in questione era Leone XIII, conosciuto per aver promulgato quattro anni prima la “Rerum Novarum”. Data la grande affluenza di fedeli il Proposto Gherardi distribuì, dopo un commovente fervorino, la comunione generale prima dell’inizio della Messa. Furono le giovanette di Pietrasanta a cantare durante la funzione, terminata la quale il presidente del pellegrinaggio pronunciò, indossata la mantellina, un’omelia in cui dimostrò che: “l’Italia è stata sempre la terra classica di Maria come lo attestano, fin dai primi secoli del Cristianesimo, tutti i più grandi movimenti che dalla pietà e devozione dei popoli sono stati innalzati in ogni luogo ad onore di questa madre celeste.” Nel prosieguo il Proposto Gherardi venne a parlare dei pellegrinaggi a Lourdes, a Pompei, a Montenero. Alla preghiera di invocazione a Maria il popolo rispose con molti “Evviva” e, dopo che ebbero brevemente parlato il curato di S.Salvatore e il Proposto di Stazzema, fu cantato il Te Deum.

L’articolo del 27 ottobre, senza sigla, è riassuntivo dei pellegrinaggi della quarta e della quinta domenica di settembre. Lo scrivente fa menzione anche del pellegrinaggio della terza di cui già si era scritto e si sofferma sul pellegrinaggio, quello della quarta, che coinvolgeva Serravezza con le circostanti parrocchie, Querceta, Vallecchia, La Cappella a cui si aggiungono Terrinca, Levigliani, Basati, Cerreta. Ogni paese con il suo stendardo ed il suo dono, il ritrovo in piazza al Ponte. Sono circa 5000 le persone che affrontano la salita cantando le lodi a Maria. Dato l’elevato numero di fedeli non meraviglia leggere che” .. quando il primo gonfalone si appressa già al Santuario l’ultima gente fa il primo passo della salita. Il Proposto di Seravezza, voltatosi indietro a guardar la folla dei suoi pellegrini, poté con le lacrime agli occhi esclamare: “E si dice che non v’è più religione?!”..

Viene celebrata la Messa alle ore dieci, per tutto il giorno seguono canti di laudi e recitazione di preghiere ed un andirivieni di pellegrini fino al calar della sera.

La quinta di settembre, l’ultima per il pellegrinaggio collettivo, era riservata alla propositura di Stazzema con le parrocchie circonvicine. Giunsero al Ponte i fedeli di Pruno, con numeroso stuolo d’incappati, e lieti presero per primi la salita, seguiti poco appresso da quelli di Retignano. Giungono poco dopo i Pellegrini delle Mulina, di Pomezzana, di S.Antonio delle Alpi, di S.Anna di Farnocchia. L’ill.mo e Rev.mo Alberto Destantins Canonico della Primaziale di Pisa celebrò la Messa e pronunciò l’omelia: tornati i pellegrini ai loro paesi, toccava al paese di Stazzema onorare Maria pellegrinando la sera.

All’ora del Vespro la processione, guidata dal Canonico, muove dalla Chiesa parrocchiale verso il santuario al suono di marce religiose suonate dalla filarmonica paesana. Fu cantato il Vespro, il proposto di Stazzema pronunciò un discorso, fu cantato il Te Deum e baciata la reliquia della Madonna con cui era stata impartita la benedizione. L’articolo si chiude con queste frasi che vale la pena di leggere integralmente: “ Pellegrinaggio che ben fa vedere non essere ancor riusciti ne’ la setta, ne’ il libertinaggio a strappar dal cuore di Versiliesi , conosciuti per fede aperta e pronta, l’amore alla Vergine Madre, da cui venne la salvezza al derelitto genere umano.”

Il riferimento al libertinaggio riguarda una categoria storiografia consolidatasi nel Settecento: il libertino è dedito ai piaceri ed ateo, eretico e dannato. Quanto alla setta il riferimento è alla Massoneria. Il 15 ottobre del 1890 Papa Leone XIII con una lettera enciclica “Dall’alto dell’apostolico seggio “ insisteva sulla necessità di mobilitare i cattolici contro la massoneria e contro tutti i provvedimenti assunti dal nuovo stato italiano ( soppressione di ordini religiosi, leva obbligatoria anche per il clero, introduzione del matrimonio civile ).”

Inoltre, a suo parere, il socialismo era un’emanazione della Massoneria.

Pio VII nel 1821 aveva condannato con la bolla “Ecclesiam a Iesu Christo “ i carbonari come emanazione della massoneria. Ma bisogna risalire al 28 aprile del 1738 , con pubblicazione del 4 maggio, per trovare i motivi che portano alla condanna da parte della Chiesa. Estintasi la dinastia dei Medici si candida al trono Granducale l’ex Duca di Lorena Francesco Stefano, marito dell’imperatrice Maria Teresa, iniziato alla loggia dal 1731. L’instaurazione del governo lorenese porta all’avvio di una ferma politica giurisdizionalista e alla denuncia, dinanzi all’ Inquisizione fiorentina, di un progetto anticuriale e antiromano, maturato nell’ambito delle logge toscane.

Papa Clemente XII condanna la massoneria in quanto tendente a ridurre l’influenza della Chiesa nella sfera politica e civile. Nel 1751 Benedetto XIV, in epoca di guerre di indipendenza, ribadisce la condanna e conferma la scomunica con la Bolla “Providas romanorum”.

Molto ci sarebbe ancora da dire in merito al Piastraio, del quadro della Madonna del Bell’ Amore affiancato dal quadro della Consolata di Torino, immagine cara al cardinale Cosimo Corsi, arcivescovo di Pisa, esule in Piemonte per in moti del 1862 e confortato dalla frequentazione del santuario della Consolata; il quadro pervenne infatti al Piastraio in virtù dell’amicizia fra il Cardinale stesso e il proposto don Giuseppe Silicani.

Meriterebbero spazio le descrizioni dei festeggiamenti del centenario a cui partecipa Il cardinal Pietro Maffi, arcivescovo di Pisa; meriterebbero attenzione l’inno “L’amica dei pargoli” composto da Monsignor Emilio Barsottini, proposto di Seravezza, il pellegrinaggio del 1988 in occasione del sessantesimo anniversario di sacerdozio del R.P. Faustino Domenici a cui prese parte l’arcivescovo Alessandro Plotti, le complicate vicende burocratiche per un doveroso restauro, le note di spesa per la merenda della banda, per l’affitto di collane di luci, per l’acquisto delle medagliette - ricordo….tessere di storia quotidiana e religiosa, ufficialità ed ordinarietà che il Santuario, come ogni luogo di senso e significato, ha accolto, metabolizzato, consegnato alla storia impalpabile delle memorie umane, ai documenti di archivio, agli imperscrutabili disegni della Provvidenza Divina.

Vincenzo Santini in verità non dedica molta attenzione al Santuario, preso dai suoi affanni interiori e distratto dalle storie di streghi e di paure che la Zia racconta durante il cammino. Abbiamo abbondantemente sopperito noi.

E’ sempre seguendo il percorso del Santini che tocchiamo adesso un'altra tappa importante: la via di Petrosciana, dove sorge la Chiesaccia che Santini non menziona perché sicuramente nemmeno la scorge nel buio. Le condizioni climatiche impediscono ai pellegrini di dormire preso la foce ed affrontare alla luce del giorno l’ardua discesa Turrite di Gallicano, o Petrosciana, che del Serchio è un affluente. Santini percorre l’importante via: ” Allora noi, deposte le piccole bagaglie e rifocillatici alquanto, si posimo sdrajati sul suolo poiché si doveva scendere l’altra parte delle Alpi di Stazzema ove la strada era pericolosissima, aspettando che facesse ritorno la bella aurora: ma un freddo così forte ci scosse di costà e, per non rimanere interizziti, fu duopo mettersi in cammino all’oscuro ed incominciare a scendere con mani e piedi, e qualche volta il sedere, acciò non si pericolasse…..sui confini dello Stato , trovammo una delle sorgenti del serchio che nasce al di la dell’Alpi di Stazzema, opposta a quella del Serravezza, la cui acqua era un gelo vero; allora, seguendo la valle che solcava questo ramo del Serchio, giunsemo dopo poche miglia ad una borgata detta Forno Volasco, ove è la dogana modanese e dove questo ramo dell’ Auser fa una piccola, ma scherzosa caduta….”Il Santini in realtà vede non la sorgente del Serchio, ma della Turrite di Gallicano che copiosamente sgorga presso l’importante via di collegamento fra la Garfagnana e la Versilia: strada percorsa da mercanti, pellegrini, contrabbandieri, pastori in transumanza, gente in movimento per il disbrigo di faccende ordinarie. Individuata anche come importante diverticolo della via Francigena per la discesa di pellegrini che non desideravano percorrere la media Valle, la via di Petrosciana si pregia dei ruderi della Chiesaccia, consistenti quelli dell’edificazione del 1627, a breve distanza ( dodici pertiche stazzemesi, circa trenta metri, ) dai ruderi del primo romitorio agostiniano, di certo allora ancora visibili ed oggi sommersi. Per inciso dal 12 giugno del corrente anno, sono in atto nel sito della Chiesaccia scavi finanziati dal ministero dei Beni Culturali.

Alla destra della sorgente, scendendo come fa il Santini, l’edificio della Chiesaccia, benché prossimo all’ ammirato fenomeno della sorgente, non è notato forse per le folte chiome degli alberi o piuttosto per la velocità del discendere.

Provvediamo noi alla descrizione del complesso della Chiesaccia, Alpe di Stazzema, versante della Garfagnana di Gallicano, Garfagnana lucense.

Il primo romitorio, come si apprende da un terrilogio del 1768 voluta dal parroco di Stazzema don Giovanni Salvadori, riporta ben segnato il perimetro del romitorio. Intitolato a santa Maria Maddalena, fu presumibilmente costruito dai monaci agostiniani che successivamente eressero a Valdicastello, in cima al paese, una chiesa intitolata alla stessa Santa. Il romitorio è citato in due documenti conservati presso l’archivio Arcivescovile di Lucca, nel primo, del 1260, contiene l’elenco delle chiese dipendenti dalla Pieve di Gallicano, nel documento del 1387 la chiesa risulta invece dipendente dalla Pieve dei SS. Giovanni e Felicita di Valdicastello, chiesa madre della Versilia. Alla chiesa era annesso un ospizio per dare assistenza ai viandanti, nei documenti citati si parla infatti di Hospitale de Volaschio.

Nel 1627 fu edificata e consacrata due anni dopo, la seconda Chiesa, quella che oggi è nota come Chiesaccia perché diruta. Di indubbia utilità per i pellegrini ed i viandanti, era anche chiesa deputata alla cura delle anime degli abitanti della vallata, le cui case, edificate per lo più attorno al 1700, si trovavano in posizione più elevata di circa 150/200 metri.

L’analisi dei ruderi fa intuire il perimetro di un cimitero, mentre le figurine apotropaiche a lato del portale di ingresso rievocano quelle delle chiese di Pruno e di Stazzema. Fra le iscrizioni su pietra ho decifrato una configurazione finora non decriptata: due M panciute rovesciate.

Nel settembre 1971, nella rivista “La provincia di Lucca” per al sezione Archeologia, Guglielmo Lera scrive nell'articolo “Ricerche in provincia di Lucca”: L'esterno ( parla della Chiesaccia)......sulla parete sinistra accoglie inoltre una pietra che costituisce l'unico esempio di scultura della primitiva chiesa ed uno dei più antichi della valle del Serchio. Inserita ad oltre due metri di altezza, trattandosi di un blocco di arenaria alto cm 20 e lungo poco più di un metro, fa pensare che sia servita un tempo da architrave della porta presbiteriale. Difficile è la sua lettura per la corrosione causata dalle intemperie. Entro una cornice costituita alla due estremità da spessi rilievi ad angolo retto presenta figurazioni molto primitive ( forse teste di animali ) alternate a motivi geometrici.

Avanzo sensata ipotesi che si tratti di due manette: Santa Maria Maddalena, al pari di San Leonardo di Cardoso, è anche protettrice dei carcerati. Liberata dai demoni e dal peccato, è patrona dei prigionieri che, liberati, solevano offrirle come ex voto le loro catene. L'intuizione del significato mi è giunta da un quadro di Ennio Navari esposto in una saletta della canonica della parrocchia di San Martino in Pietrasanta. Le manette effigiate ricalcavano l'andamento del disegno su pietra, si tratta dunque di un ex voto di un carcerato o di una decorazione per celebrare uno dei principali attributi della santa, altri sono il vaso d'unguentio ed i capelli sciolti.

Del resto, e il discorso vale anche per San Leonardo di Cardoso, siamo in terra di confine o prossime al confine che non escludono la conquista relativamente facile della libertà per evasione e fuga.

Sui parallelismi con il santuario di Cardoso tornerò fra breve, affrontando ancora il tema della prigionia.

Quanto a Petrosciana, la conduzione della Chiesa da parte di cappellani incaricati della pieve di S.Maria Assunta di Stazzema, non era esente da difetti se nella visita pastorale del 23 giugno 1752, l’Arcivescovo di Lucca Giuseppe Palma, ha molti rilievi da formulare. Sedici anni dopo, nel 1768, nel già citato terrilogio, sono cassate con intuibile vigore le cointitolazioni “spontanee” a S.Anna e a S. Margherita, le cui feste cadono in estate come quella di S.M.Maddalena, in questa sequenza: il 20 S.Margherita di Antiochia, il 26 S.Anna, Il 22 S.Maria Maddalena.

In seguito a tale degrado, su istanza degli abitanti e grazie alla loro volontà, fu edificata nel 1786 l’attuale terza chiesa presso l’abitato di Petrosciana di Sotto. La mattina del 5 luglio 1787 il nuovo oratorio, previa la bontà di Monsignor Arcivescovo di Lucca Martino Bianchi, fu benedetto da don Nicodemo Bertellotti, Pievano di Stazzema.

Anni dopo, il 18 giugno 1805 Papa Pio VII con un Breve concesse l’indulgenza plenaria a tutti i fedeli che, pentiti, confessati e comunicati, vi si recavano in occasione della ricorrenza della santa. Un secolo dopo l'oratorio fu abbellito da una torre campanaria fatta costruire da Vittorio Papanti Pelletier, Cavaliere Priore di Santo Stefano, sposo di Rosa Catelani, originaria di Petrosciana. Un fortunale scoperchiò la chiesa nel 1982, il tetto fu ricostruito dopo quattro anni in seguito alla raccolta di fondi promossa da don Felice Del Carlo, parroco di Fornovolasco.

Il complesso della Chiesaccia mette in luce gli aspetti caratteristici delle terre di confine, luoghi di incontro, scontro, integrazione, scambio. Se prima abbiamo parlato di fughe, adesso la scena si concentra sul transito e sul lavoro. Celeste Silicani ( 1900 – 1985 ) nella memoria “Il brogliaccio” scrive nel capitolo intitolato “Fatica, giovinezza , tristezza”:...... donne e ragazzi ogni mattina, bardello, fune, balla in spalla e tanta miseria addosso, in fila indiana valicavano la Foce di Mosceta o quella di Forno Volasco per ricomparirvi da lì ad un’ora carichi di carbone per rifare a ritroso, ma affaticati ed appesantiti, la strada fino a Cardoso, dove gli addetti controllavano il peso di quei “muletti e mule” smunti, che le più volte ripartivano per una seconda sfacchinata con la speranza di raddoppiare la paga: una misera liretta se il carico portato lo consentiva. Mi è capitato di vedere e talvolta di dover dividere a metà percorso quel carico divenuto pesante. Quanta amarezza e vergogna! Eppure noi ragazzi come tutti i ragazzi riuscivano a trasformare in gioco e in competizione anche queste spaventose fatiche.

Terra di corrispondenze, Petrosciana: il bifronte Forato vede infatti, in tema di santuari, sul versante contrapposto al complesso di S.Maria Maddalena, l’oratorio di San Leonardo che fin dal 1325 accoglieva i fedeli delle Casamente e delle Campore; distrutti da Castruccio i due villaggi, il piccolo santuario sopravvive tutt’oggi, ed accoglie feste che tramandano, come l’uso dei corni di corteccia, tradizioni avite. Le due dedicazioni condividono, come già osservato, la protezione dei carcerati e, recuperando la memoria delle cassate intitolazioni a Santa Margherita e a Sant’Anna, anche quella delle partorienti.

Leonardo di Noblac ( V sec d.C. ) conosciuto come San Leonardo abate, eremita, di Limoges, ottenne dal re Clodoveo il privilegio di liberare i prigionieri che avesse incontrato e ritenuto innocenti. Per questo motivo lo invocavano i carcerati; le partorienti si appellavano invece a lui perché aveva aiutato a partorire la regina Clotilde che transitava nella foresta di Pouvain. Quanto a Sant'Anna ha l'onore di aver partorito la Madonna, mentre Margherita, armata della croce squarcia il ventre del drago che l'aveva inghiottita mentre era in carcere per ordine del prefetto Ollario. Per questo motivo, l'essere uscita vittoriosa dalla pancia del drago- demone, le partorienti la invocano affinché il loro parto sia facile.

Nei pressi dei due santuari sgorgano sorgenti di acqua, della Turrite di Gallicano e del canale Versiglia mentre lo scorrere del Caraglione a latere della strada di Petrosciana, suggerisce per Cardoso una etimologia possibile: luogo carraio, dove rotolano sassi e pietre…. come è comprensibile a chi sale e discende la via di Petrosciana o transita attraverso il foro.

Bifronte il Forato lo è dunque sia per i due “santuari gemelli nel culto “ ed anche per il miracolo che luna e sole offrono, in occasione del solstizio di estate e di inverno, tanto alla Versilia che alla Garfagnana.

Ma andiamo avanti: continuando ad utilizzare la cronaca del viaggio del Santini ci avviciniamo ad un santuario famoso: l'eremo di Calomini nel versante di Gallicano, gemma incastonata nella parete rocciosa ancor oggi meta di preghiere e di voti. Vincenzo Santini giunge alla Chiesa dell’Eremita la mattina di giovedì 19 agosto1824 dopo essere risalito da Forno Volasco a far visita e sostare presso i cugini, residenti forse alle case di Luco, forse a San Pellegrinetto.

Dell’eremo di Calomini si limita a dire che vi è un ’immagine devota. Ne parlerà più diffusamente al ritorno il sesto giorno: visitata di nuovo l’immagine ( della Madonna ), i viandanti cucinano una minestra di uccelli e gallina nel piccolo Romitorio di un monte dominante la valle del fiume del Forno riguardante mezzodì.

L’eremo di Calomini, in abri, (situato nell’angolo ), è noto fin dal XIII secolo, prima con il nome di eremo di Valbona, poi con quello di Romitorio della Penna a Calomini. Valbona è termine spesso ricorrente per indicare luoghi popolati e produttivi, anche la valle della Chiesaccia è indicata così in alcuni documenti.

I primi eremiti trovarono probabilmente riparo nelle cavità naturali della roccia. La chiesa, dedicata a Santa Maria ad Martyres, fu costruita all’inizio del secolo XIX: come la cappella più antica è parzialmente ricavata nella roccia della parete: in una nicchia si trova l’immagine della Vergine. La sacrestia è abbellita di preziosi arredi.

Nel 2012 , la cura e l’officiatura del Santuario, elevato nel 1966 alla dignità di “ santuario diocesano”, è stata affidata alla congregazione mariana dei Discepoli dell’Annunciazione che hanno sostituito i Cappuccini.

Andare all’”Eremita” era piuttosto consueto anche dalla valle di Cardoso- Pruno come ho appreso dalla viva voce di mio zio Palmiro Guidi ( 1926 ). I devoti salivano dalla Crepata e poi si dirigevano a Mosceta o passando o muovendo dalle Caselle o da Ranocchiaia dove avevano gli alpeggi e traslocavano in transumanza estiva. Raggiunta la foce scendevano al colle per raggiungere l’ Alpe di sant’Antonio e da qui Brucciano per percorrere la sentieristica che fu utilizzata dal gruppo del Santini.

La storia indaga e conclude, spesso “provvisoriamente”, la ricerca è sempre aperta, si avanzano tesi e soluzioni, motivati anche dal legame che proviamo per luoghi, periodi o situazioni.

Una pietra di riporto incastonata nel muro di una dimora di Ranocchiaia, l'alpeggio dove ho casa, reca una scritta che mi affascina fin dal 1981: Tommaso da Volegno, a.D. 10 giugno 1547. La supposizione legittima è che una persona colta di passaggio, quasi certamente un uomo di chiesa, dato che sapeva scrivere, abbia, a richiesta, tracciato su una pietra il nome di un pastore che aveva portato le mucche, o le pecore in transumanza all’Alpe. Successivamente il pastore lo avrebbe con calma scolpito in un masso ben squadrato. Che lo scalpellino non avesse dimestichezza con la scrittura lo si deduce dall’anomala posizione di due cerchietti sospesi sopra la parola.

Nel libro dei Battesimi conservato nell’Archivio parrocchiale di Pruno, in un arco di tempo compatibile ( gli anni non sono riferiti in modo specifico ) risulta essere stato battezzato un certo Tommaso di Volegno figliuolo di Matteo quondam Giovanni Gabrielli : troppo poco o sufficiente a dare diritto di nascita e di vita ad un nome?

Ne' è troppo fantasioso ipotizzare che il prelato che è passato ed ha sostato a Ranocchiaia in quel lontano giugno, fosse diretto all'Eremita attraverso la strada che fu poi quella percorsa da mio zio e da tanti compaesani per identico motivo.

Lasciamo, dopo questa creativa lettura, Calomini e torniamo al viaggio di Vincenzo Santini. Dal Santuario quasi certamente accede all’omonimo paese e da qui, attraverso un “sali e scendi”, a Brucciano per proseguire verso Molazzana, Perpoli, Castelnuovo dove la comitiva, essendo mezzogiorno, si rifocilla da un frate. Nella memoria è citata soltanto la meta di arrivo: Castel Nuovo.

Visitato sommariamente questo paese, il gruppo procede verso Pieve Fosciana e, dopo una salita fra castagneti prima, fra luoghi brulli poi, viene raggiunto un monte che Vincenzo Santini definisce “non sassoso come l’Apania ma “come un prato segato tutto scosceso secondo l’andamento delle acque”, cosparso di basse casette coperte di lastroni. La chiesa non appare davanti, ma come un’isola di case assai alte e fortificate con barbacani; in Chiesa, dove viene data la benedizione del Sacramento, si accede da una corsia coperta ove sotto trovasi la Strada Regia che da Castelnuovo va a Modena.

La chiesa, scrive il Santini : “era ad una sola nave con un altare in mezzo rinchiuso da cancelli ove, sopra, in una cassa riposano i corpi di san Pellegrino re di Scozia e di San Bianco la cui vita è incognita, coperto poi da un baldacchino.” Segue la dettagliata descrizione dell’interno e l’informazione che lo spazio destinato ad accogliere il sonno delle donne è l’orchestra, mentre gli uomini si appiattiscono in un confessionario o si stendono su una panca. Il Santuario è affollato, vi sono genti di Pisa e lombarde, oltre al gruppo versiliese. Finita la messa, l’immancabile salita al Giro dove si dice che il Demonio desse uno schiaffo a S.Pellegrino e lo vorticasse. I devoti percorrono devotamente il giro in ginocchio.

Nel discendere verso la Chiesa i pellegrini prelevano schegge di legno da una croce di faggio appositamente piantata nei pressi del santuario. E’ giocoforza ripercorrere l’itinerario dell’andata poiché alcuni dragoni modenesi sbarrano l’accesso alla via della Tambura. Il Santuario di San Pellegrino e San Bianco è esattamente come Vincenzo Santini lo ha descritto: la mutata geografia politica lo vede diviso fra due regioni, Emilia e Toscana, e provincie: Modena e Lucca. La passione di un sacerdote, don Luigi Pellegrino, lo ha arricchito di un pregevole museo etnografico.

Abbandoniamo la cronaca per citare, alla spicciolata altre “chiese nel bosco “. La chiesa di Sant’Anna al Col di Favilla, chiesa parrocchiale divenuta, attraverso vicende di abbandoni, saccheggi, restauri e recuperi un “luogo santo” che ogni anno, in occasione della festa della patrona, richiama non solo i collettorini ma numerosi fedeli di Colei che favorisce la fertilità e la nascita. Il paese, del resto, è ai confini del mito come lo definisce Oriente Angeli nel testo scritto nel 2003; comprovano tale giudizio il leggendario don Cosimo Silicaniche, fra molte altre azioni per la sua parrocchia, organizza l’arrivo della statua della Santa da Pruno attraverso il passo dell’Alpino nell’aprile del 1898, il Muro del Turco, i gracchi ammaestrati, il mulino di Gedeone e la triste storia della Fragolaia, le profanazioni vandaliche degli anni Settanta e la processione del 29 luglio del 1979 con cui dalla Chiesa di Puntato la nuova statua, dono dell’Arcivescovo Matteucci, fu trasferita ed installata nella chiesa del Colle.

Più ad oriente di Col di Favilla, il santuario di San Giovanni in Palagnana ( dal 1955 nella Diocesi di Lucca ), dedicato al Battista. Nel Dizionario Corografico del Repetti è menzionato come chiesa sulla Petrosciana e l'Alpe di Stazzema, la contrada più alpestre della comunità, coincide con Palagnana.

Dalla voce di Brigitte Bianchini ho raccolto la testimonianza di una festa religiosa molto condivisa che, dopo la processione e il momento di preghiera, si prolungava in un pranzo comunitario cucinato con strutture da campo.

Del resto, a ben vedere, le dedicazioni dei “santuari” in altura, cadono tutte in estate, quando il clima favorisce spostamenti, ritrovi, festeggiamenti e la natura nel massimo del suo rigoglio testimonia la potenza del Creatore.

Questa osservazione è ribadita anche da uno dei più affascinanti “luoghi santi” della Versilia, l'oratorio di S.Rocchino sul sentiero che da Pomezzana, passando dalle Calde, porta al Matanna. La festa di San Rocco cade infatti il 16 di agosto. Superata di poco la chiesetta, lo sguardo coglie la visione del lago di Massacciuccoli e del mare da Pisa alla foce del Magra. Il luogo fu teatro di contese per i diritti di pascolo fra gli abitanti di Casoli e di Pomezzana.

San Rocco, nato a Montpellier nel 1350, è uno dei santi protettori dei pellegrini, pare portasse una croce rossa sul petto e che il suo nome derivi da “rubeus”, rosso, e non da” roccia”come vogliono alcuni. Curatore dei malati di peste, finì per contrarla egli stesso e, rifugiatosi in una grotta presso il fiume Trebbia, a Sarmato, si nutrì grazie al pane che ogni giorno gli portava un cane. I suoi attributi sono un cane accucciato che gli porge un pezzo di pane, la mantellina corta che da lui prende il nome di “sanrocchino”, il bordone e il petaso, bastone e cappello da pellegrino, la tavoletta con la scritta che garantiva la guarigione dalla peste a chi a lui si rivolgesse.

Il culto di San Rocco ebbe un picco nel 1630, quando molte delle comunità in cui cessò il contagio della peste gli dedicarono luoghi di culto. Dell'oratorio di San Rocchino sappiamo che Simone Domenici di Pomezzana lo restaurò nel 1642 e fondò un benefizio con i suoi beni: suo figlio Don Agostino fu il primo cappellano dell'oratorio e nel 1665 migliorò ulteriormente l'edificio. La data del 1642 rimanda ad una rinnovata attenzione che potrebbe essere messa in relazione ad un'epidemia di peste.

Dopo la soppressione di benefici , nel 1889, don Isidoro Domenici ne riscattò i beni e , nonostante il suo servizio fosse ufficialmente cessato, lui e i suoi successori continuarono a celebrarvi la messa ogni 16 di agosto.

Spostandoci al confine opposto del Comune di Stazzema, troviamo gli oratori di San Giovanni in Campanice e della SS. Trinità in Puntato appartenenti alla comunità di Terrinca.. L’alpeggio di Campanice, frazionato nei raggruppamenti di Pian di Mela, del Lanzino, del Togno, ruota attorno all’oratorio risalente al 1734 e restaurato nel 1997. Fra le varie tradizioni quella della barca di San Giovanni. La sera del 23 giugno le donne versavano l’albume di un uovo in un bicchiere e lo lasciavano al chiaro di luna, come vi lasciavano le erbe raccolte nel pomeriggio poste a macerare in un orciolo pieno di acqua. Dalla “barca di San Giovanni”, ottenuta dall’albume, traevano auspici per il raccolto e le fortune personali. Con l’acqua si lavavano per essere più belle e tenere lontani gli spiriti maligni.

Nella stessa notte si produceva con un preciso rituale anche il nocino. Il giorno della festa, dopo la processione, venivano benedetti dei panini che, conservati, sciolti in acqua all’occorrenza erano usati come medicinali. Laura Angelini riferisce di avere ancora nella dispensa intatti e non ammuffiti i panini confezionati dalla donne di Terrinca tre anni fa. Da Campanice si sale a Fociomboli per discendere a Puntato, dove, l' oratorio, edificato nel 1679, dedicato alla SS.Trinità, rimanda ad una marginetta esistente prima del 1657 al crocevia che collega questo alpeggio ad Isola Santa, Colle di Favilla e Colle dei Carpini. Tale edicola, edificata per devozione di Francesco Bacchelli, custodiva un bassorilievo marmoreo raffigurante la Madonna del Rosario, il Bambino e San Giovanni Battista. Crollata la marginetta, di cui si trova ancora annotazione in un terrilogio del 1810, il bassorilievo fu murato sulla facciata della sagrestia da dove fu rubato nel 1973. Nel 1680 trentatré capi-famiglia si tassarono per portare a compimento l’edificazione e procurare arredi dignitosi.

Fa invece parte della parrocchia di Basati, l’oratorio di Santa Maria Maddalena in Campagrina, abitato in prosecuzione di Arni, presso la Turrite Secca. La struttura è seicentesca, ad una navata, con campanile staccato. L’oratorio serviva per le esigenze di culto dei pastori in transumanza. Gli abitanti di Arni erano, soprattutto quelli di Arni di Sopra, legati ad un altro pellegrinaggio che li portava verso Vagli, da dove traggono origine, precisamente nella Roccandagia al romitorio di San Viano, sopra l’alpeggio di Campocatino, luogo rupestre dove crescevano e crescono cavoli amari ritenuti miracolosi , spuntati nei pressi del santuario in abri, proprio per dare a san Viano, isolato da una tremenda tempesta di neve, l’opportunità di placare la fame. Per dissetarsi ottenne invece, calcando tre dita sulla roccia, che vi uscissero tre zampilli d’acqua; nella roccia sono impresse anche le orme di un suo ginocchio e di un piede.

Il Beato Viano o Viviano, le cui reliquie sono testimoniate da un documento della visita pastorale del 1568, si dice fosse un asceta proveniente dal reggiano che si ritirò a vivere nel summenzionato luogo scavato nella roccia viva a strapiombo sull’Arnetola.

Considerato protettore dei cavatori di Vagli, nel 1913 gli fu attribuito il miracolo di aver salvato la vita ad un folto numero di essi che avrebbero potuto essere travolti da un enorme masso caduto dalla Tambura. Il giorno dopo si recarono in gruppo alla grotta per ringraziare il Santo ed accendergli ceri.

Ogni anno la statua di san Viano viene trasferita in processione dal romitorio alla chiesetta di Campocatino all’inizio dell’estate e riportata in grotta in autunno. Con l’immagine di San Viano in processione su un impervio sentiero in una giornata luminosa, concludo il nostro peregrinar di loco di loco auspicando che per qualcuno si realizzi pedibus calcantibus sollecitato da questo nostro incontro.

Anna Guidi

 

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13-08-2017 - 21:08:22
Bertellotti Marco

Il Santuario Mariano del Piastraio dedicato alla Madonna del Bell'Amore protettrice della Versilia, nel 1921 centennario di fondazione del Santuario, mio nonno Bertellotti Vincenzo era vicesegretario di quel comitato, mia zia,ancora vivente venne battezzata dal Cardinale Pietro Maffi presente al centennario di fondazione. Mi auguro che fra quattro anni nel 2021 ci sia una Versilia unita per celebrare la Madonna del bell'Amore. Marco Bertellotti Stazzema.

13-08-2017 - 22:08:26
Bertellotti Marco

Il lavoro svolto dalla Prof.ssa Anna Guidi sulla storia del Santuario del Piastraio, fino all'arbore sul finire del 1700 quando c'era ancora la Marginetta e l'immagine originale che ora si trova sulla sinistra dell'altare, e' di particolare pregio e spessore. la storia del Piastraio non cancellera' l'identita' Mariana della nostra Versilia.

27-08-2017 - 09:08:28
bertellotti marco

Ultima domenica di Agosto anniversario della fondazione del Santuario del Piastraio dedicato a Maria SS del Bell'Amore Patrona della Versilia.

25-09-2017 - 23:09:14
Andrea sigali

Una meravigliosa esposizione, risultato della passione per i nostri luoghi, per le nostre tradizioni e per la nostra storia. È stato veramente un piacere parteciparvi

09-10-2017 - 12:10:13
Bertellotti Marco

Domenica 15 Ottobre appuntamento a Cardoso ore 17,00 per poter vedere La storia del Santuario del Piastraio. Un grande lavoro non ancora terminato della Prof.ssa Anna Guidi.

11-10-2017 - 11:10:41
Alessandro Morgantini

Articolo brillante e dettagliato. L'attenzione ai minimi particolari è una netta prova che il lavoro è frutto di una vera e propria ricerca "sul campo" e non un semplice copia-incolla da internet. L'intrecciarsi dei riferimenti biblici con la storia (locale e non solo) rende il tutto un elegante capolavoro. Complimenti!

17-10-2017 - 12:10:37
Marco Bertellotti

Domenica 15 ottobre a Cardoso si e' svolto il Primo Convegno fatto dalla Prof.ssa Anna Guidi sulla storia della chiesaccia , del Santuario di S.Leonardo a Cardoso, e Del Piastraio a Stazzema. Il Piastraio ha avuto momenti di vera importanza sul finire del 1800 e primi novecento abbiamo avuto presenze giornaliere che arrivavano a cinquemila presenze giornaliere, Maria SS.del bell'Amore Protretrice della nostra Versilia, e' molto Miracolosa,oltre ad avere fatto miracoli in passato, anche oggi ha fatto molti miracoli. A pochi anni di distanza dai due secoli, 2021, prepariamoci in modo adeguato, a questo importante evento.Grazie alla Prof.ssa Anna Guidi per questo importante lavoro non ancora terminato.

25-10-2017 - 19:10:09
Marco Bertellotti

Giovanni Paolo II In visita pastorale a Pisa , affacciato al Balcone dell'Arcivescovado, elencando i vari luoghi Mariani della nostra Diocesi, La Madonna del soccorso Querceta, La Madonna del Sole di Pietrasanta,Ecc.. disse , Non posso non ricordare il Santuario del Piastraio sulle Alture di Stazzema........Si levo' un grosso applauso....... IO C'ERO !!!!! Anno 1989....

18-12-2017 - 11:12:46
Marco Bertellotti

La madonna del Bell'Amore per il giubileo del 2000, e' stata, dopo il restauro della tela Pagato dalla Banca della Versilia, esposta in S. Agostino a Pietrasanta, e nella sede della Banca della Versilia in via Mazzini.

01-07-2018 - 16:07:28
Roberta Giovannetti

Ringrazio la professoressa Anna Guidi per l'opportunità fornita ai lettori, attraverso questo ricco percorso storico, di approfondire sotto una nuova prospettiva la conoscenza di luoghi conosciuti e familiari del nostro territorio di cui, almeno la sottoscritta, ignorava le radici storiche.

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