Balestrino

Asilo Maffi: cento anni di vita, cento anni di gratitudine

 

ASILO MAFFI: CENTO ANNI DI VITA, CENTO ANNI DI GRATITUDINE
di Anna Guidi

2019: l'Asilo Maffi di Querceta compie cento anni di vita, cento anni di gratitudine per l'istituzione cristiana che tanto peso ha avuto nella storia del paese.

Asilo Maffi, Asilo delle Suore, il Maffi, tre modi con cui è chiamato ancora, soprattutto dai più anziani. In effetti “scuola d'infanzia” sarebbe ed è il termine esatto per indicare l'attività educativa che attualmente vi si svolge.

Dal 2007 le Suore hanno lasciato e vi funziona un'eccellente scuola paritaria.

Asilo Maffi, comunque, nell'accezione comune, vuol dire molto di più che scuola per piccoli, pur essendo questa la prima vocazione per cui nacque cento anni fa.

Ripercorrerne a grandi linee la vicenda consente di comprendere il grande ruolo che l'istituzione, come struttura ma soprattutto come persone che l'hanno vissuta, ha svolto durante un secolo intero per la gente di Querceta, ruolo di aggregazione, di socializzazione, di apprendimenti vissuti nell'ascolto e in attuazione del messaggio cristiano. Ai primordi della vicenda dell'Asilo Maffi c'è la guerra, la prima guerra mondiale, la Grande Guerra.

In Italia, a fronte delle necessità insorte per la partenza per il fronte di grandi contingenti di uomini, ci si mobilitò per organizzare attività di sostegno alla popolazione e ai soldati. Le “Madrine di Guerra”, furono impegnate ad intrattenere corrispondenza postale con soldati sconosciuti, i Comitati per l'Assistenza Civile si proposero di sostenere le famiglie dei combattenti, molti dei quali andarono ad incrementare il numero dei feriti, mutilati, caduti. Il 6 settembre 1916, il locale Comitato per l'Assistenza Civile, deliberò un Asilo per i figli dei militari, lo gestirono signore e signorine che si prodigarono senza risparmio. Finita la guerra, il Comitato di Assistenza, che non ebbe più ragione di essere, prima di sciogliersi, auspicò che l'iniziativa non venisse conclusa ma anzi si allargasse ad accogliere tutti i bambini e le bambine della Parrocchia. Stilato dal consiglio direttivo, costituito nelle persone di Raffaello Bartelletti, Giorgina Bigongiari Pardi, Carlo Reinhart, Niccolina Leonetti Barberi, Carlo Buselli, Olinto Mancini, Carlo Pardi, Ugo Salvatori, l'appello suonava così:

Oggi il compito umanissimo è finito. L'Asilo dei figli di militari non ha più ragion d'essere; non cessa però la ragione di continuare l'opera degnissima, così bene iniziata e promettente. Dobbiamo anzi assegnarle un raggio di azione più vasto..”.

Fra coloro che condivisero e suggerirono l'appello, fu il Proposto Monsignor Antonio Poggianti (1877-1950), giunto a Querceta fin dal 1909 (egli tenne la cura della parrocchia di Santa Maria Lauretana per quarantun anni, fino alla morte).

Monsignor Poggianti credeva fermamente nel progetto e si adoperò con tutte le sue forze per realizzarlo, superando difficoltà che i tempi e le condizioni economiche rendevano veramente grandi.

Il sacerdote cercò e trovò un prezioso, imprenscindibile aiuto nel Cardinal Pietro Maffi (1858-1931), pastore di eccezionale tempra e carisma, chiamato fin dal 1903 alla guida dell'Arcidiocesi di Pisa, un gigante della Chiesa Italiana, oltre che uno scienziato con notevoli competenze astronomiche. Il Cardinal Maffi, che dalle contigenze del momento storico fu costretto ad un confronto continuo e serrato con la dimensione anticlericale di Pisa, città universitaria intrisa di mazzinianesimo, non lesinò tuttavia attenzione e presenza ad ogni parrocchia del territorio a lui affidato, raggiungendo realtà anche impervie e lontane non solo in occasione delle tre visite pastorali, ma bensì tutte le volte che se ne ravvisasse la necessità, infaticabile ad intraprendere spostamenti disagevoli e lunghi per essere vicino ai sacerdoti ed alle popolazioni. In Versilia alcune lapidi ricordano, fra altre testimonianze e memorie, che il 26 settembre 1907 salì fino al Col di Favilla, che il 27 agosto 1909 fu a Pruno e che il 31 agosto 1913 pose la croce sul Monte Forato per il XVI centenario costantiniano.

Dunque non poteva, e non era nella disposizione del Cardinale, attento alle necessità di ogni angolo della sua Diocesi, non adoperarsi per realizzare il progetto del parroco di Querceta. E' grazie alla cronaca stesa da Don Pilade Nicoletti (1921-1985) in occasione del Cinquantesimo dell'Asilo, che apprendiamo come andarono i fatti.

 “Quando finalmente, per la munificenza dell'indimenticabile Cardinal Maffi, fu possibile l'acquisto di una misera casetta, un vecchio e malandato frantoio (di proprietà Buselli), e del terreno su cui si sarebbe sviluppata la cara istituzione, si rese impellente trovare un istituto religioso femminile che dirigesse l'asilo e Monsignor Poggianti non lesinò insistenze e pressioni presso il Cardinale. In un primo momento il Cardinale inviò a Querceta, sicuro della prudenza del parroco, alcune religiose che per difficoltà varie si erano dimesse da un convento di clausura con la segreta intenzione di istituire una congregazione di vita attiva. Questo proposito, cautamente sollecitato dal Cardinale, non potè realizzarsi perchè non ritenuto opportuno a Roma e mentre quelle povere “signorine”, così erano chiamate dalla gente, stavano già preparandosi l'abito religioso, Monsignor Poggianti, per incarico del Cardinale, portò loro la notizia del fallimento dell'impresa. Quando parlava di questo fatto, anche a distanza di anni, sembrava rivivere la pena provata. Il suo equilibrio, il suo buonsenso e la sua pazienza riuscirono a dirottare quelle sgomente povere figliole in vari istituti religiosi. Una di esse, diventata badessa in un monastero siciliano, continuò a scrivergli per moltissimi anni.”

Per poter contare sulla presenza di suore all'Asilo fu necessario, a questo punto, che intervenisse di nuovo il Cardinal Maffi che, in quanto protettore delle Suore della Carità di Maria Bambina, pensò e si rivolse a quella Congregazione per risolvere la questione.

Ufficializzate come congregazione dal 1844, le Suore di Maria Bambina testimoniano il Vangelo secondo il carisma suscitato dallo Spirito nel cuore della fondatrice, Bartolomea Capitanio (1807-1833) che nel novembre del 1832 aprì a Lovere, provincia di Bergamo, Diocesi di Brescia, il “conventino”, gestito con l'aiuto di Caterina e Rosa Gerosa. Bartolomea e Caterina sono riconosciute Sante. L'operato delle Suore di Maria Bambina è finalizzato alla cura della gioventù, all'assistenza ai malati e ad un attivo inserimento nella vita della Chiesa locale.

Furono dunque le Suore di Maria Bambina ad essere chiamate dal Cardinale per venir collocate presso il Seminario Vescovile e per affidar loro la conduzione della struttura di Querceta. Il 21 novembre 1919, giunte nella Parrocchia di Querceta, presero ufficiale possesso della loro missione fra la gioventù. 

Suor Gesuina fu la prima Superiora, suor Rosa la seconda. Assolsero con alacre impegno il compito di organizzare ogni cosa e ben presto le aule si riempirono di un'infanzia guidata a scoprire il mondo per mezzo delle favole, dei collages, del gioco collettivo.

Monsignor Poggianti, come ricorda don Pilade, ebbe sempre grande attenzione verso le suore:

La buona ed umile Sorella, che fu fra le prime suore giunte, potrebbe darne testimonianza. Ricordo ancora, da piccolo chierichetto curioso, la Sorella che, nella vigilia delle grandi feste, era fatta passare quasi furtivamente nella cucina della canonica dove Monsignor Poggianti faceva sparire nella sporta della suora una parte di quelle poche regalie che aveva ricevuto.”

L'asilo ampliò ulteriormente le sue attività diventando anche il centro catechistico e ricreativo della parrocchia non solo per le ragazze che frequentavano la scuola di ricamo e cucito, che lo affollavano letteralmente la domenica dopo i Vespri ma, in seguito alla costruzione del teatrino, anche per i ragazzi e per le famiglie che apprezzavano le recite messe in scena di domenica.

Non mancano, per fortuna, le memorie, stese di proprio pugno e raccolte. La circostanza del centenario può suscitarne altre.

Il Maestro Mauro Giannotti, classe 1924, stese una cronaca precisa e puntuale della sua frequenza al Maffi:

 “A Querceta frequentai l'Asilo e le Scuole Elementari con cari ricordi sempre molto vivi. Abitavo nella casa, molto grande degli Henraux che trovasi sull'angolo di via Seravezza con via Deposito, riservata, allora, agli impiegati della grande ditta e l'Asilo Maffi era a due passi.

L'asilo era strutturato come ora; l'abitazione delle suore, la Cappella e due aule, mentre il piano superiore era adibito a laboratorio di cucito e ricamo per ragazze. La prima aula era detta “dei piccini”, quattro anni: tanti banchini, il tavolo della Suora Maestra, armadietti per i nostri lavoretti e un grande armadio che colpiva molto la nostra fantasia perchè racchiudeva vari giocattoli. Suor Natalina ogni tanto andava ad aprire l'armadio, prendeva un giocattolo che nascondeva, con fare misterioso, sotto il grembiule e, giunta alla cattedra, ce lo mostrava di fronte ai nostri occhi sgranati. Erano giocattoli molto semplici: un cavalluccio, un trenino a molla, una bambola. Dopo la prima ammirazione, la Suora passava tra i banchi e potevamo toccare il giocattolo che era bellissimo....da destare in noi tanta gioia e meraviglia.

L'orario della scuola si articolava dalle 9 alle 12 dalle 14 alle 16. I bambini indossavano un grembiulino a quadretti bianco-celesti e le bambine bianco-rosa. Alle 11.30 alcuni dei più grandi (cinque anni) che erano nell'aula attigua, andavano in portineria e sotto l'occhio vigile della Sorella, ritiravano i panierini, portati dai familiari, con il desinare che si consumava nel refettorio attiguo alle aule che si affacciava sul cortile. Ciò che più mi colpiva, quando ero di turno, ed andavo in portineria, era una statuetta di S. Antonio con una fessura per le elemosine: inserita una monetina; la testina del Santo si inchinava a mò di ringraziamento.

Dopo mangiato si faceva un po' di ricreazione in cortile dove c'era un grande “gazebo” ricoperto di paglia e varie panchine per ripararci in caso di pioggia. Quando iniziava la stagione primaverile, dopo essere rientrati in aula, le Suore ci facevano appoggiare la testa con le braccia conserte sul banco per un pisolino. Ricordo che mal sopportavo questa pratica, mentre molti si addormentavano profondamente.

I ricordi cominciano ad affollare la mia mente, cercherò di cogliere quelli più interessanti. Prima di Natale c'era la recita davanti al Presepio, nel Teatrino che poi era nell'aula dei grandi, quindi iniziavano le vacanze. Si rientrava dopo la Befana e dovevamo portare i nostri giocattoli: invariabilmente una trombetta, un fuciletto di latta, un piccolo tamburo, una sciaboletta e noi maschi ci esibivamo sul palco con una semplice rassegna, accompagnati dal Maestro Enrico Dazzini, mentre le bambine, con le loro bambole, accennavano una ninna-nanna.

Per l'occasione assistevano alla semplice esibizione: il Parroco, Monsignore Antonio Poggianti, le Autorità del paese, tra le quali mi colpiva il signor Pardi perché aveva sempre un garofano fresco all'occhiello, i familiari.

Seguiva una distribuzione di arance, mandarini, biscotti di riso e caramelle: raggiungevamo così l'apice della gioia. All'uscita pomeridiana, ci incamminavamo verso casa accompagnati, specie i più lontani, da qualche familiare. Durante il tragitto ciò che maggiormente colpiva la nostra immaginazione, era l'incontro con la “Dele”, così volgarmente chiamata. Era una vecchietta bizzarra perchè indossava una giacchetta rattoppata e un cappellaccio floscio da uomo, ma quello che mi incuriosiva di più era la “pippetta” che teneva tra i denti: personaggio più unico che raro.

A primavera inoltrata, all'uscita, preannunciato da una squillante trombetta di ottone, passava “Cintello” il gelataio, a bordo di un variopinto carrettino tirato da un asinello. Subito contornato da noi bimbetti, cominciava a distribuire gelatini da 5 centesimi, il massimo che ci potevamo consentire e non tutti i giorni...”

Maria Adele Torlai, classe 1929, riferisce, con una lucidità sorprendente, altre notizie, raccolte da me stessa il 15 giugno di quest' anno nella sua abitazione. La comparazione con il racconto del maestro Giannotti rende evidente come le suore si organizzassero assai rapidamente per migliorare l'Asilo, a cinque anni di distanza, funzionano infatti: una classe in più per i piccolini di tre anni, il servizio mensa interno sostituisce il pranzo portato da casa, ma non la merenda.

Maria Adele ricorda: “Cominciai a frequentare la scuola a tre anni, c'era un bel capannello con le banchine attorno, l'altalena che noi facevamo anche di domenica, più grandicelle, tornate su all'asilo dopo i Vespri in chiesa. La merenda si portava da casa, il pranzo lo cucinava la Sorella. Ricordo tante iniziative: a maggio, ad esempio, c'era, per quelli di cinque anni, “Un fiore al Giorno”. A turno ogni bambino doveva mettere nel vaso davanti alla Madonna Bambina, in chiesina, un fiore diverso da quello dei giorni precedenti. Andavamo all'asilo anche per il catechismo: un anno intero per fare la comunione, la cresima si prendeva a cinque anni e bastava saper fare il segno di croce. Monsignor Poggianti, tutte le domeniche, dopo la messa ci interrogava il catechismo che studiavamo a memoria. Ricordo che per un certo periodo le suore allevavano anche i maiali, in fondo vicino alla legnaia. Finito l'asilo frequentai la scuola di cucito e di ricamo di Suor Agostina, che era bellissima e che, molti anni dopo, sono andata a visitare al ricovero a Rimini, in occasione di una gita organizzata da don Michele Casarosa. Le suore hanno cambiato anche la cuffia, nei primi tempi portavano quella a pappagallo, poi più tardi una più semplice, con inserti sottili bianchi.

Nel ricovero a Rimini c'era anche suor Alberta. Alla scuola di cucito imparai a fare le mutande rifinite col giorgino, le sottane, e il ricamo su lana, difficilissimo. Si pagava una piccola pensione per la scuola di cucito e di ricamo, si portava noi stoffa ed anche i fili. Quando c'era da fare un ricamo per la chiesa, tovaglie, tendine per il tabernacolo, lasciavamo il nostro e lavoravamo tutte a quello.”

Il dottor Augusto Guidugli, classe 1935, impegnato nella “prima anticipata” con altri due: Vittorio e Renata, scriveva in occasione del Cinquantesimo: Dal cielo pioveva solo il tic toc della pendola a martellare le mie aste in fila, magari un po' storte, che segnavano il foglio dagli orecchi accartocciati. Però c'era Suor Ermengarda. Le volevamo bene tutti e lei ne voleva a noi. Io poi credevo che a me ne volesse più che agli altri messi insieme. E si studiava di lena le tabelline e si facevano i pensierini senza farci pregare troppo anche se il muro verso l'uliveto della Marì di Giandiana, dove facevano il nido le poggiaiole, era più affascinante. Oppure la catasta della legna della Sorella nel capannone, vicino alla pozza. Nel cortile c'era in terra quella sabbietta gialla della pantanella che sfarinava d'estate, ma che era l'ideale, dopo le piogge, per giocarci a palline. Piero era il mago delle marmoline. Lo invidiavamo tutti perchè se le faceva da se' con un pezzo di smeriglio col buco che gli aveva dato il suo babbo che lavorava all'Henraux. Più belle ancora erano le vetriole, la Superiora però non le vedeva bene. Quando cascavano in terra facevano un rumore infernale tra i banchi e una volta proprio la Superiora ne ciampò una e sbatacchiò in terra come una pera. Saltammo la ricreazione quel giorno, ma scoprimmo che portava le scarpe nere alte e con le stringhe, quasi come quelle degli uomini.”

Gli eventi storici e le decisioni politiche avevano un riflesso anche sulle attività dell'asilo. Il primo scontro si ebbe nel 1931, sulla questione dell’Azione Cattolica, l’organizzazione del laicato cattolico. Essa, in pratica, era la sola associazione non fascista i cui membri potessero riunirsi liberamente; per il fascismo, dunque, rappresentava una specie di isola, di porto franco che sfuggiva all’ambizione del controllo totalitario di ogni aspetto della realtà. Inoltre, l’Azione Cattolica si occupava principalmente della formazione dei giovani, e in tal modo rappresentava un pericoloso concorrente rispetto alle organizzazioni educative del regime. Nel violento discorso del 13 maggio 1929 Mussolini, in tema di educazione, era stato categorico: «Un altro regime che non sia il nostro, un regime demo-liberale, un regime di quelli che noi disprezziamo, può ritenere utile rinunziare all’educazione delle giovani generazioni. Noi, no. In questo campo siamo intrattabili. Nostro dev’essere l’insegnamento. Questi fanciulli devono essere educati nella nostra fede religiosa, ma noi abbiamo bisogno di integrare questa educazione, abbiamo bisogno di dare a questi giovani il senso della virilità, della potenza, della conquista; soprattutto abbiamo bisogno di ispirare loro la nostra fede, e accenderli delle nostre speranze». Il durissimo scontro del 1931 vide da un lato l’aggressione e la devastazione di varie sedi di circoli educativi cattolici, dall’altro una fermissima presa di posizione del Papato, era Papa Pio XI, deciso a non perdere quello che era il principale canale di collegamento tra la gerarchia ecclesiastica e le masse popolari. Il 30 dicembre 1931, comunque, si giunse a un accordo, sulla base del principio secondo il quale l’Azione Cattolica avrebbe perseguito finalità di tipo strettamente religioso, si sarebbe astenuta da ogni attività politica, ma avrebbe potuto proseguire liberamente la propria attività di educazione dei giovani cattolici. L'Azione Cattolica fu dunque l'unica realtà extraregime legittimata ad operare in modo più o meno autonomo. Al termine della seconda Guerra Mondiale, crollato il regime, la ricostituita Azione Cattolica contribuisce, nello specifico grazie agli universitari e intellettuali cattolici, alla Stesura della carta Costituzionale (il Codice di Camaldoli). Le adesioni crescono: nel 1943 gli iscritti sono circa 2.500.000, nel 1959 salgono a 3.372.000.

Quando, a seguito delle disposizioni di Mussolini del 26 maggio 1931, i circoli cattolici furono soppressi, le buone suore, Suor Colomba e suor Natalina, istituirono i “crociatini” del Sacro Cuore, piccoli crociati dell'Eucarestia, con tanto di sciarpe rosse per i maschi e celesti per le femmine. 

Nei primi anni Trenta l'asilo Maffi si arricchisce di una grotta per la venerazione della Madonna di Lourdes.

Bacci Umberto (1880-1942), scultore, il 22 maggio 1933 donò all'Asilo, in occasione del matrimonio della figlia Orietta con il notaio Giangiacomo Guidugli le statue di Santa Bernadette (da lui scolpita il 26 febbraio del 1913 ) e della Vergine che furono collocate nella grotta allestita allo scopo.

Maria Adele Torla, relativamente a quegli anni, i riferisce un episodio interessante: il padre Salvatore, scalpellino, fu licenziato perchè si era rifiutato di prendere la tessera fascista. La famiglia si trovò in difficoltà, le suore, venutene a conoscenza, chiesero alla mamma di sbrigare qualche faccenda per loro, nello specifico si trattava di lavare i panni, e così Maria Adele, la mamma stessa e la sorella Liliana mangiarono abbondantemente all'asilo, e non come elemosina. La cosa durò fino a quando, venuta l'estate, il babbo trovò lavoro. Poco dopo una nuova bufera: la seconda guerra mondiale, condotta stavolta non su fronti lontani ma in casa.

Monsignor Poggianti sfollò a Gallena e portò con se' le suore.

Era allora Superiora suor Vittoria Corti. L'asilo, abbandonato, fu saccheggiato e bombardato. Al rientro: uno sfacelo. La Madre Generale dell'Ordine voleva ritirare le suore, suor Vittoria riuscì ad evitarlo e l'asilo divenne il centro naturale della carità dove si distribuiva la “minestra del Papa” che la sorella, suor Luisa Gasparri, cucinava nel caldaione del bucato. 

Oltre che centro di carità il Maffi fu anche, in quei frangenti, centro spirituale perché, essendo Santa Maria Lauretana distrutta, il teatrino era l'unico luogo dove si poteva celebrare messa. Intanto, al termine della seconda Guerra Mondiale, crollato il regime, la ricostituita Azione Cattolica contribuì, nello specifico grazie agli universitari e intellettuali cattolici, alla Stesura della carta Costituzionale (il Codice di Camaldoli). Le adesioni a livello nazionale crebbero notevolmente: nel 1943 gli iscritti erano circa 2.500.000, nel 1959 salirono a 3.372.000. La ricostituita Azione Cattolica di Querceta celebrava all'Asilo Maffi l'inaugurazione dell'anno sociale cadeva l'8 dicembre, festa dell'Immacolata, con la presenza di autorità diocesane. Sempre al Maffi erano tenute sia le riunioni dell'Azione Cattolica, sia quelle parrocchiali su temi urgenti o ordinari. Le suore sono un punto di riferimento, anche psicologico oltre che spirituale, per le adolescenti.

Le Madri Superiore si succedono: suor Rosalia, suor Natalina, suor Emilia, suor Colomba, suor Antonietta...all'asilo, per essere al passo coi tempi, viene installato il termosifone. Grazie alla generosità della Signora Creusa Viti, vedova Ricco, i piccoli non devono più stare, in inverno, in crocchio attorno alla stufa e possono vivere tranquillamente la linda ampiezza delle aule luminose. Intanto nel Teatrino si davano le rappresentazioni teatrali della Filodrammatica Parrocchiale diretta con entusiasmo dal Proposto Fascetti che non disdegnava di ricoprire anche il ruolo di suggeritore. Collaborarono sia Marino, sia il Cinelli, sia Don Giuseppe Percich che scrisse anche una commedia: “Clandestino in Paradiso”. La partecipazione alle rappresentazioni era tanto numerosa che le persone non entravano tutte in sala a stavano in piedi nel cortile. Enorme successo riscosse “Il gran Silenzio. Sempre per dare risposte in sintonia con l'evoluzione della società si organizzarono anche cineforum e discussioni a tema. Negli anni Sessanta- Settanta, qualcosa si incrina, il rapporto con la fede si trasforma, e le Suore del Maffi, ancora amate dalla gente, entrano in crisi economica. Il nascere ed affermarsi delle scuole materne comunali e statali, in quegli anni sono totalmente gratuite anche per i servizi mensa e trasporto, fa calare la frequenza ma non le spese di gestione generale. Maria AdeleTorlai riferisce che si accorse che in una imprecisata estate degli anni Settanta le suore mancavano di tutto, anche del cibo. Non chiedevano, facevano la fame. Con generosità Maria Adele, ed altre donne, presero a rifornirle di cibo: verdure dell'orto, conigli, uova ed anche di panni.

L'uso dell'Asilo, ristrettezze o no, non veniva comunque negato a nessuno: era luogo di incontri conferenze, assemblee. Nel teatrino si tennero anche spettacoli teatrali organizzati da terzi, ne rammento uno, su testi di Silvano Alessandrini, messo in scena dalla scuola “Media Pea”, nel 1988.

Nel gennaio del 1985 ricordo una fra tante assemblee civiche: nel salone si tenne un'affollata riunione per discutere dell'“affare Reder“, il responsabile delle stragi di Vinca e di Monte Sole, ritenuto allora coinvolto anche nella strage di Sant'Anna. Nel 1980 una corte del Tribunale Militare di Bari ne aveva deciso la liberazione condizionale poiché "la criminalità di Reder - recitava l'ordinanza che lo definiva anche "valoroso combattente in guerra", - va ritenuta occasionale e contingente perché è collegata al fattore scatenante, la guerra e quindi al particolare stato d'animo dell'ex maggiore".

Nel dicembre 1984 Reder, in una lettera inviata agli abitanti del paese emiliano, aveva espresso un profondo rammarico e pentimento per il suo gesto. Il 24 gennaio 1985 l'esecutivo Craxi, indifferente alle proteste dei familiari delle vittime e a quelle delle associazioni partigiane, servendosi della «prevista possibilità» di scarcerazione anticipata prevista dalla sentenza del 1980 ne decise la liberazione e il rimpatrio in Austria su un aereo messo a disposizione dal governo italiano. Nel salone del Maffi fu espresso un diniego quasi unanime alla scarcerazione. Nel 2005 L'Opera “Cardinal Maffi” è stata sciolta e le competenze sono passate all'Arcidiocesi di Pisa. Tornando alle suore, Maria Adele, ricorda che una di esse, suor Agnese forse, già madre Superiora, per restare al Maffi, preferì, invece di trasferirsi in un'altra casa, tornare suora semplice. Fra i tanti ricordi non manca quello di suor Giustina, Suor Sorriso, la chiama Maria Adele con definizione calzante. Suor Giustina, rapida come un treno, andava su è giù dall'asilo in chiesa, donando a tutti coloro che incontrava un saluto, qualche parola calzante e, appunto, il suo gioioso sorriso. In occasione di una gita a Cascia, da Santa Rita, le fu messo del riso nel letto per scherzo e lei ne rise, ovviamente. Il 23 giugno si farà festa all'Asilo, saranno mostrate le foto antiche, si cercheranno volti e si intrecceranno ricordi e memorie, le docenti racconteranno il loro “far scuola” mettendo in mostra lavori e progetti realizzati nell'anno che sta per finire. Questo è il testo del mio intervento del pomeriggio del 23. Sono grata a don Giuseppe Napolitano per l'opportunità e mi unisco alla corale gratitudine per i cento anni dell'Asilo.

Querceta, 23 giugno 2019
Anna Guidi

Commenti

26-06-2019 - 11:06:19
Monica

Bellissime parole un dolce ricordo di mauro Giannotti mio direttore coro dove cantavo grazie

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