
di Anna Guidi
Nigra sum, sed formosa
(ct1,5)
La devozione mariana ha come cardine il tema della maternità e si fonda sull’amore incondizionato della madre, un amore che in Maria assume una profondità particolare fin da subito perché Ella, che non ha conosciuto uomo, porta tuttavia in grembo un figlio che accoglie senza remore fin dall’annuncio. Significativo che, secondo l’indizione pisana e fiorentina, l’anno principi il 25 marzo, a celebrare un legame che muove dal concepimento e della assoluta disponibilità di Maria ad essere madre contro ogni logica umana. E Maria è madre dall’Annunciazione fino al Calvario, presente al Figlio nel momento del dolore più cupo: il supplizio della crocifissione. Dalla culla al sepolcro: trentatré anni di cure, di amore, di accettazione di una specificità divina che non è facile comprendere ma che nutre e indirizza. Maria non si oppone, non giudica, non abbandona e non rifiuta. Resta accanto al Figlio e gli crede, ha fiducia, intuisce che il suo compito è grande e lo rispetta e asseconda. Ognuna delle molteplici declinazioni in cui si venera la Madonna si fonda su questa unica premessa che la rende Madre per eccellenza, la nostra Madre Celeste che intercede e consola. Immacolata, Bambina, Annunciata, del Parto, Addolorata, Assunta, titoli che scandiscono le tappe della sua biografia, e altri che rimandano ai luoghi delle apparizioni: Fatima, Guadalupe, Lourdes, Betania….o a eventi soprannaturali: della Stella, della Neve, dei Pagliai… o a richieste di grazie e protezioni: del Latte, delle Grazie, dei Bisogni, dell’Acqua, del Rio, del Mare, della Ghiara, della Solca, del Sole….altri ancora meta di pellegrinaggi per grazie ricevute: Mont Serrat, degli Angeli ad Assisi, del Rosario a Pompei, Montenero, da noi del Piastraio a Stazzema, devozione che con la già citata Madonna del Sole di Pietrasanta, del Soccorso di Seravezza, della Madonna Lauretana di Querceta fornisce le coordinate di un culto che in Versilia le Madonne delle varie marginette disseminate in pianura e lungo i sentieri di montagna rendono più ricco e suggestivo. In questo ampio mosaico di opportunità è alla Madonna Lauretana che va adesso la nostra attenzione per mettere a fuoco il più ampio contesto in cui si colloca la venerazione ed apprezzare come la si onorava ed onora, pregava e prega nel mondo ed anche a Querceta e dintorni.
La Madonna di Loreto, Madonna nera.
La Madonna di Loreto è una Madonna nera fasciata in una rigida veste candida scandita da ricche balze che regge a sinistra un bambino con in mano il globo, nera come la Vergine di Czestochowa e altre 739 disseminate in Europa, di cui 400 lauretane, e nera come la Sara di Saint Marie de la mer, protettrice degli zingari. Il tema merita una riflessione approfondita: nell’immaginario collettivo e in gran parte dell’iconografia la Madonna non è nera, ma di incarnato pallido, rosato sulle guance, identico a quello del Bambino. Di fronte a rappresentazioni che si allontanano da questo modello viene da chiedersi se in realtà l’incarnato fosse più scuro di come nella maggior parte delle rappresentazioni tradizionali. La domanda è legittima. Se San Luca è ritenuto dalla tradizione l’autore dell’immagine venerata a Czestochowa, e anche di quella di Oropa, è probabile che l’immagine sia aderente al modello e che il colore della pelle di Maria fosse meno simile a quello che siamo soliti attribuirle, in romantico richiamo a quello degli angeli. Ma comunque, se anche fosse questa la spiegazione, sta di fatto che la Madonna di Loreto è decisamente più scura di quella di Czestochowa perché è nera come la pece. L’identità geografica, che Napoleone fece sua esagerando assai quando inserì, dopo averla trafugata, la Madonna di Loreto nella collezione dei reperti egiziani, non è dunque una risposta soddisfacente. Un’ipotesi molto concreta è che il nero sia effetto di una intensa devozione di lunga data. Il colore scuro sarebbe l’esito di più fattori: del fumo delle candele e dei ceri votivi accesi davanti al simulacro, dell’olio di lino e dei minerali con cui venivano trattate le statue, della polvere portata e smossa dai pellegrini, della permanenza in grotte o luoghi umidi precedenti l’edificazione dei santuari. Frutto del tempo e della fede, il colore guadagnato sul campo rimase inalterato anche quando si sarebbe potuto procedere a un restauro che recuperasse l’originario. Tanto radicato era l’attaccamento alle immagini annerite, per altro conosciute e venerate in contesti assai ampi anche grazie ai pellegrinaggi e alla diffusione di copie, che esse generarono il culto delle Madonne nere. Non è da scartare nemmeno l’ipotesi che, di fronte alla fortuna delle Madonne nere, di grande peso a partire dal XII secolo, in alcuni casi non si sia proceduto, per fascinazione, a nascondere il candore con pennellate di scuro. E, in tema di nero, come non dare risalto alla simbologia medievale che ne fa il colore del male e del peccato, e farebbe della Madonna nera, che di quel male si fa carico, il mezzo di riscatto dalla perdizione? Né si può scartare a priori l’affinità delle madonne nere con la Madre scura, la Grande Madre ancestrale che sorregge nutre e accoglie, la Madre Terra. E a lavorarla quella terra si finisce, complice il sole, per assumerne il colore. Nel Cantico dei Cantici l’amata, in colloquio con l’amato, dichiara “Nigra sum, sed formosa” dove il sed avversativo precede la affermazione di una bellezza quasi inaspettata stante il colore della pelle che, come si esplicita più avanti, deriva dall’esposizione al sole “Nolite me considerare quod fusca sim, quia decoloravit me sol”. Del resto che l’abbronzatura contribuisca al fascino e alla seduzione è convinzione recente, infatti il canone della supremazia del candore della pelle, segno di nobili natali e di distinzione, fino a pochi decenni or sono stabiliva un’equazione fra pelle scura e fatica e abbrutimento. Sulla scia di questo ragionamento la madre di Dio raffigurata come nera darebbe risalto alla forza della grazia divina, al tema della vicinanza che promuove il riscatto: il Verbo si incarna in un essere inferiore, una donna del popolo, che il colore nero rende ancor più marginale, e la elegge a granitica garanzia. Infine, il nero è anche il colore del lutto, di una pena acerba che nell’Addolorata si sintetizza ed esalta fino a trasformarsi nella luce di una rinnovata maternità spirituale rivolta a tutti e ai più deboli in particolare. Il nero della Madre e del Bambino, fattosi Figlio nel Volto Santo lucchese, è un invito all’accoglienza di ogni miseria e allo stesso tempo certezza che Dio, e sua Madre, stanno dalla parte degli umili e degli emarginati. Il dibattito sul colore resta aperto, né è possibile trarre una conclusione univoca ed anche la sensibilità personale fa la sua parte e fa propendere per l’una o l’altra ipotesi. Passiamo oltre per esaminare un’altra specificità della Madonna Lauretana; il volo, poiché la tradizione vuole che Ella sia giunta prima in Dalmazia poi a Loreto in volo dentro la sua casa, un evento non da poco.
La Santa Casa di Nazareth approda nelle Marche
La Madonna nera di Loreto è legata ad una vicenda assai complessa: la traslazione della Santa Casa di Nazareth nelle Marche, dove, dopo altre mete riscontrate inadatte, la notte fra il 9 e 10 dicembre 1294 trovò la sua collocazione definitiva presso Recanati, in un terreno pubblico ricco di piante di alloro, per cui divenne lauretana, cinta di alloro, simbolo di gloria, celeste in questo caso. La tradizione voleva che a Nazareth si trovasse la dimora di Maria, dove era nata, cresciuta, aveva ricevuto l’annuncio, e dove visse fino alle nozze con Giuseppe. In quella casa, dopo la morte e resurrezione di Gesù, si sarebbero ritrovati e riuniti gli apostoli per celebrare l’eucarestia. Si narra che appunto nel 1291, trovandosi Nazareth sotto il dominio dei Mamelucchi, la casa fu prelevata dagli angeli che la portarono via in volo. Questo dettaglio mosse papa Benedetto XV a dichiarare, con il breve pontificio del 24 marzo 1920, la Madonna di Loreto patrona degli aeronauti, sia degli aviatori che avevano combattuto in guerra e reclamavano una patrona sia di quanti viaggiavano, viaggiano e viaggeranno nei cieli. Su questa dimensione torneremo a proposito del secondo simulacro pervenuto di recente nella chiesa di Querceta. Quanto alle Marche, dapprima gli angeli depositarono la santa dimora a Tersatto nei pressi della città di Fiume dove rimase per circa tre anni e da dove fu nuovamente rimossa a causa dei soprusi sofferti dai pellegrini. Anche la nuova collocazione, sul colle di Posatora presso Ancona, non risultò sicura a causa della vicinanza del porto, frequentato anche da malfattori. La soluzione fu l’approdo sulla via che da Recanati scende al mare dove adesso sorge il Santuario. Nel 1296 le modalità della traslazione furono rivelate con una visione all’eremita fra’ Paolo della Selva come si attesta in una cronaca del 1465, redatta da Pier Giorgio di Tolomei, detto il Teramano, che a sua volta l’aveva desunta da una vecchia ‘tabula’ consumata, risalente al 1300. Quanto all’ipotesi storica, la più accreditata è che l’abitazione della Vergine sia giunta trasportata in blocco via nave, per iniziativa della nobile famiglia Angeli. Un documento del 1294 attesta che Niceforo Angeli, despota dell’Epiro, nel concedere la propria figlia in sposa a Filippo di Taranto, figlio del re di Napoli, gli diede in dote una serie di beni tra cui le sante pietre portate via dalla Casa della Nostra Signora la Vergine Madre di Dio1. Il nome proprio Angeli avrebbe agevolmente veicolato la versione che fosse stati gli spiriti celesti a trasferirla non per mare ma via cielo in volo. Sia la tradizione, nella leggenda degli angeli, sia la presunta verità storica, che racconta una sottrazione di beni, sta di fatto che a Loreto si venera con la Madonna la sua casa natale e di fanciulla, divenuta, dopo la morte e resurrezione del Figlio la prima chiesa, il luogo prescelto dove gli apostoli testimoniarono Gesù. E casa vuol dire spazio di intimità familiare dove crescere e riconoscersi che, nel caso della Casa Santa, si fa spazio sacro dove celebrare i misteri, e sacro potrebbe e dovrebbe essere in ogni casa per la condivisione degli affetti e per il rispetto di ogni dignità, ed anche, per chi crede, per pregare assieme. Un tempo, soprattutto a maggio, era la recita del rosario a riunire la famiglia nel nome di Maria, una pratica che non di rado coinvolgeva anche i vicini radunatisi nelle aie e nei cortili con la corona in mano. E dopo il rosario le litanie che da Loreto si sono diffuse in tutta la cristianità.….Rosa mystica, Turris Davidica, Turris eburnea, Domus aurea, Foederis arca, Ianua coeli, Stella matutina, Salus infirmorum, Refugium peccatorum…
La fortuna della Madonna di Loreto in Europa e in Versilia
La Madonna di Loreto è una delle più copiate. Le 400 repliche sparse in Europa sono una cifra notevole tanto più se si considera che non sono esito di mera imitazione, ma frutto di intercessione. Accadeva infatti che fra i tanti pellegrini quelli che ne avevano la possibilità: principi, ricchi mercanti, nobildonne di comprovata fede, tornati da Loreto facessero erigere nella propria terra una cappella dedicata alla Madonna Nera delle Marche. Si replicava così il modello originario, una statua lignea policroma, fatta segno di grande attenzione ma anche protagonista di alcune peripezie. Nel 1797 fu trafugata, come molte altre opere d’arte, dai francesi e poi restituita. Nel 1921 la distrusse un incendio e in quella circostanza, a seguito dell’analisi dei carboni si appurò che il legno in cui era stata modellata era di abete rosso dell’Abetone o della Dalmazia, e la Dalmazia coincide con il tragitto. Quella che si venera attualmente a Loreto, portata in processione la notte fra il 9 e il 10 dicembre fra fuochi accesi allo scopo di orientare gli angeli, è stata realizzata in un unico tronco, è integralmente nera perché dipinta anche sotto le vesti e conta 93 cm di altezza. In riferimento alle 400 repliche, una di queste è la statua in gesso che campeggia sull’altar maggiore della chiesa di Querceta mentre di fianco, sull’altare della navata di sinistra, è in mostra il quadretto, seconda o terza copia dell’originale (un pizzico di mistero non guasta). La fortuna della Madonna Lauretana in Versilia è legata soprattutto al culto di Querceta. Una devozione che, nel concreto e di recente, si è arricchita di una seconda statua, non più fasciata di bianco e di nero come la prima, ma di azzurro cielo. Più avanti l’approfondimento. Da non dimenticare, facendo un passo indietro nel tempo, fino al secolo XVII, lo stesso in cui fiorisce la devozione quercetana, un documento conservato presso l’archivio parrocchiale di Santa Maria Assunta di Stazzema in cui si fa riferimento alla devozione di Loreto. Si tratta del testamento con cui il monaco Stefano di Gioabatta Ceragioli originario di Pieve di Camaiore, eremita presso la Chiesa di Santa Maria Assunta di Petrosciana, in data 22 marzo 1691, detta le sue volontà prima di abbandonare l’eremo per farsi pellegrino. In caso di morte o di non ritorno, Stefano lascia all'eremo la quota di olio alla grossa quanta ne sta in mano del padre, farina di castagne che sarà consegnata da Giobatta di Cesari di Stazzema, un pagliericcio nuovo comperato da lui stesso con un lenzuolo nuovo a corredo, un pennato non manicato, sei forchette, una camigia nuova. Le mete che il monaco intende raggiungere sono i luoghi santi di Roma e la Santa Casa di Loreto. Non si sa se sia stata la devozione cresciuta attorno al quadretto abbandonato mezzo secolo prima nella pianura a Querceta a suscitargli il desiderio della meta anconetana, o piuttosto sia stata abbondantemente sufficiente la sua formazione religiosa, sta di fatto che di tutti e i tanti santuari che avrebbe potuto visitare è a quello della Madonna Lauretana che il nostro intende dirigere i suoi passi abbandonando le selve ombrose di Petrosciana.
La Madonna Lauretana di Querceta
La storia di Querceta, nella dimensione leggendaria, è legata alla Madonna Lauretana, la chiesa parrocchiale è intitolata a Lei la cui festa cade il 10 dicembre. In verità, e torneremo sull’argomento, a Querceta si ricorda con più partecipazione popolare San Giuseppe forse perché in calendario il 19 marzo, periodo propizio, nel contesto delle attività agricole di un tempo, per organizzare una fiera dove rifornirsi di attrezzi e piante, in successione temporale con quella di San Biagio, il 3 febbraio. Tralascio per un momento la Madonna per portare l’attenzione sulle fiere, argomento introdotto con l’accenno a San Giuseppe. Il ciclo delle fiere nella Versilia Storica comprende anche quella del Nove, o dei Becchi, a Seravezza a settembre e il 26 dicembre Santo Stefano a Vallecchia dove invece di attrezzi o sementi si acquistavano le sedie lavorate e impagliate dai collettorini. Ognuna di queste fiere era l’occasione per rifornirsi di maialini che fanno presto a crescere e il porcile non deve mai restare vuoto. Una notizia che appresi, circa quaranta anni fa, dalla viva voce di Danilo Orlandi durante un incontro a scuola dove lui relatore. Ma torniamo alla Madonna e alle origini del culto nel paese della quercia.
La leggenda del pellegrino francese e la tesi di Ezio Marcucci che rimanda a radici terrinchesi
La tradizione orale, a cui nel 1897 ha dato forma scritta il Canonico Agostino Neri con la memoria storica “ La Madonna a Querceta “, riferisce che nei primi giorni del 1644 nella pianura fra il mare e Seravezza in luogo detto alla Croce, nel terreno, pare, di un certo Braccelli di Seravezza, venne rinvenuta, appesa ad una muraglia o ad una pianta (una quercia nella vulgata), un'immagine della Madonna Lauretana, lasciata da un pellegrino francese di ritorno dalla Santa Casa di Loreto. Inizialmente fu venerata in una marginetta di fortuna, finché il 13 aprile 1644 il Consiglio dei Nove di Firenze decise di far erigere nel luogo del ritrovamento un edificio sacro più consistente, dedicato, appunto, alla Madonna di Loreto. Ancor oggi la chiesa parrocchiale, crollata la cupola nel 1872 e ricostruito l’intero edificio negli anni Cinquanta dopo essere stata ridotta in macerie durante la guerra, sorge al crocevia di strade che portano al mare, a Massa, a Pietrasanta e ai monti. Il breve lasso di tempo, meno di cinque mesi, fra ritrovamento e la decisione di edificare una chiesa, desta meraviglia a confronto con le lungaggini burocratiche del presente. Va detto, tuttavia, che fra i motivi della tempestiva risoluzione vi fu l’intensità della devozione che richiamava folle di devoti da contrade vicine e lontane. Una devozione scaturita dai disegni della Divina Provvidenza o esito edulcorato di manovre di potere fra Pietrasanta e Seravezza per la gestione di quella porzione di territorio? Interessante la lettura che del fiorire del culto ha dato Ezio Marcucci, fertile ricercatore di storia locale, in occasione di un’ apprezzata conferenza tenutasi sabato 20 luglio 2024 presso il Circolo “Le Tanacce” di Terrinca. La ricerca di Marcucci, che ha avuto inizio una quarantina di anni fa, racconta una storia dove non c’è posto per il pellegrino francese e dove la causa sta più a monte, nella volontà longobarda, intrisa di fede, dei terrinchesi : i committenti del quadretto sarebbero i discendenti di Tassilone. Modellato in cera, pratica in cui eccellevano le monache, ed assai affollato, proporrebbe una lettura francescana con sfumature che rimandano ai Cybo Malaspina di Massa. Terrinca, si sa, è terra di vocazioni religiose per eccellenza e fra queste risultano numerose e prestigiose quelle nel solco del poverello di Assisi che è effigiato nel quadretto presso la croce su cui si innalza il Volto Santo. Le religiose che stanno davanti alla Madonna Nera col Bambino, sarebbero la Beata Taddea Olobardi di Terrinca (vissuta fra il 1583 e il 1649) e la Beata Angela Tedeschi da Terrinca, probabili professe clarisse. Taddea era accredita presso i Cybo al punto da meritare la sepoltura in san Pietro in Bagnara, la chiesa più avanti soppressa e rasa al suolo da Elisa Baciocchi, signora di Lucca e di Massa. I contatti fra Terrinca e Massa non meravigliano essendo al tempo Terrinca e dintorni, al pari di Massa e Sarzana, ricompresi nella giurisdizione della Diocesi di Luni. La presenza della Beata Taddea è l’elemento che supporta più di altri la tesi di Marcucci, affiancato ad un dato incontrovertibile: i terrinchesi erano divenuti proprietari, a fine Seicento, di numerosi terreni in pianura dove, proprio nei pressi della mia abitazione, esiste tutt’oggi il Borgo dei Terrinchesi e fra gli abitanti ricorrono i cognomi dell’antico insediamento longobardo. L’edificazione di una chiesa avrebbe dato prestigio ai loro beni, e avrebbe fatto comodo anche alla comunità di Seravezza che avrebbe potuto, come poi fu, controllare quel territorio. Come si sa allora potere religioso e temporale andavano a braccetto. Si sarebbe trattato, insomma, di una raffinata macchinazione. Di fatto Querceta è nata e cresciuta attorno alla sua chiesa che i fedeli tirarono su pietra dopo pietra e la risistemarono quando, già detto, crollò la cupola e in tempi più recenti, fu colpita dalle bombe della seconda guerra. Comunque, qualunque sia l’origine del quadretto, corale nella composizione scenica, che sta in alto sull’altare della navata sinistra della parrocchiale, la Madonna nera ha assolto la sua materna missione identitaria, ha aggregato una comunità, ha dato origine ad una precisa identità sociale, economica, e culturale. Una Madonna complessa, quella di Loreto, come avremo modo di dimostrare. Una Madonna che protegge chi vola perché la leggenda vuole che fu in volo che la Santa Casa raggiunse le Marche, sostenuta e guidata dagli angeli, mentre gli storici ipotizzano che fosse stato Niceforo Angeli, signore dell’Epiro, a far trasportare le sacre pietre per darle in dote alla figlia, promessa sposa a Filippo di Taranto. Una Madonna di colore nero, esito forse del fumo dei ceri, o rimando al nigra sum del Cantico dei cantici e in questo caso conseguenza dell’esposizione al sole (me declaravi sol), che dice una importante verità su cui vale la pena di riflettere: Dio si fa carne in una donna, creatura al tempo di per se stessa minoritaria, e in aggiunta in una donna dalla pelle scura, esposta alle fatiche, non nobile e ancor più invisibile. In questa volontà, in questa scelta che privilegia gli ultimi, vediamo rispecchiati e riconosciamo i volti scuri di madri e di figli, creature in fuga inghiottite dal mare, le vittime del presente, senza nome e senza colpa.
Il quadretto della Madonna Lauretana di Querceta: grazie, scoprimenti e preghiere.
Quanto al quadretto la composizione del dipinto, di piccole dimensioni, che ha dato origine al culto, ha qualcosa di particolarmente intimo e suggestivo: piccolo e colorato non rappresenta la Madonna da sola ma in un contesto affollato. La lettura che segue, canonica, differisce da quella della tesi di Ezio Marcucci. Al centro sta la Madre nera col Bambino che regge in mano il globo, ambedue cinti di corona e aureola. Ai lati della composizione due croci alte dai bracci delle quali pendono due lampade a forma di pera. Sulla croce di destra è appeso il Volto Santo, come nella iconografia lucchese, ai suoi piedi San Francesco di Assisi, genuflesso e rivolto verso Maria e altre sei figure: la Maddalena, san Domenico, due suore di santa Chiara, san Carlo Borromeo, e nel mezzo, sotto la Madonna, un pellegrino. Il quadretto di cui stiamo parlando è una edizione dell’originale, nel quale, a sinistra, ai piedi della croce, come sopra una nube, vi era un’immagine più piccola di Maria con in Braccio il Bambino nudo che teneva in mano un calice, simbolo di comunione fra Dio e gli uomini. Era un elemento significativo poiché il calice colmo di sangue indicava lo scopo della nascita divina: dare la vita per la salvezza dell’umanità. L’affetto dimostrato alla Vergine dipinta nel quadretto, intenso fin da subito, mosse la popolazione di Querceta e dei paesi limitrofi ad offrire doni di ogni specie allo scopo di erigere una chiesa di Lei degna. Come per Loreto anche a Querceta la Madonna era arrivata inaspettata, sia nella narrazione della leggenda che nella ricostruzione più prosaica di Marcucci. La Santa Casa fu nella Marche un dono piovuto dal cielo, il dipinto devozionale un dono abbandonato a Querceta (per volontà divina o disegno machiavellico non fa differenza per il percepito) presso o appeso ad un tronco. In ambedue i casi si trattò di doni accolti e presi in carico, doni di cui si ebbe cura che dettero frutti grazie ad un impegno corale e condiviso. Il quadretto, nella vulgata, fece anche i capricci: il Braccelli o altri pensò bene di portarlo a Seravezza dove, in un luogo idoneo allestito all’ uopo, fu subito fatto segno di grandi attenzioni. Ebbene, un furioso temporale, scoppiato di notte all’improvviso, devastò con fulmini e rovesci d’acqua la stanza, capita l’antifona, il giorno seguente l’immagine tornò in pianura. E ben presto maturò una devozione che si diffuse rapidamente anche nei territori limitrofi e vennero i miracoli, come riferiva Padre Lorenzo Berti nel Panegirico celebrato nel 1726 in onore della Madonna di Querceta: “….gli abitanti di Massa vi condussero le loro Fanciulle inferme e storpie le quali cominciarono a camminare; così gli abitanti di Pomezzana recandovi a venerarla i loro giovani affetti di male dii epilessia, per cui ne cascavano 50 e 60 volte al giorno, ne furono guariti, recitando avanti al devoto Dipinto le sole Litanie Lauretane. Ne’ mancò annoverarsi fra i miracoli pur quello in cui, appiccatosi il fuoco al Pretorio di Pietrasanta, vi ebbero a perire due figli di un Commissario, il quale testificò di averne ottenuta la salvezza coll’invocare questa Vergine: così molte scontorte persone di Serravezza, appressandosi alla Immagine, ne venivano risanate: ond’è che, fervendo ovunque la voce di questi miracoli, si contavano fino a 2000 persone al giorno, le quali recavansi a venerarla”. Era impellente a questo punto impegnarsi a costruire una chiesa per Maria, così gli uomini prestarono giornate di lavoro per reperire i materiali necessari, i più poveri si ingegnavano a contribuire a loro volta, le offerte erano in denaro ed in natura: grano, vino, olio e canapa, le donne si privarono dei vezzi al collo, degli anelli e delle vesti nuziali. Il sabato era un accorrere di gente di ogni ceto che portava legname, calce, pietre, rena e mattoni. E così, raggranellati i materiali e una cifra sufficiente di denaro, nel 1645 si diede il via alla costruzione. La vicenda della edificazione, dei crolli e della distruzione e riedificazione della chiesa, piuttosto complessa, testimonia che la devozione non è mai venuta meno né di fronte a disastri dovuti a imperizia umana né a quelli imputabili ad eventi bellici. Cupola e il campanile furono e sono un punto di orientamento, simboli di una identità religiosa e popolare che si riconosceva nella chiesa costruita alla Croce, l’incrocio che tutt’oggi sopravvive, idoneo per posizione ed anche per nome. La croce non è casuale, è nel destino del Bambino che Maria regge in braccio ed è il passaggio per la salvezza, la croce è rappresentata tre volte nel dipinto proprio come tre furono le croci sul Calvario; chi si inginocchia per pregare ha, alzando gli occhi, la sintesi delle tappe del cammino di salvezza ed a buon titolo può collocarsi nel cerchio dei santi accanto al pellegrino e di fronte a Maria. Il quadro, oggi sempre a vista, fino a qualche tempo fa, era velato e, come da tradizione normata anche da decreti vescovili, il velo veniva alzato soltanto in particolari circostanze: nel giorno della ricorrenza e in caso di difficoltà ed emergenze collettive come epidemie, calamità naturali, emergenze belliche o a fronte di richieste individuali per ottenere grazie. La pratica del velo e gli scoprimenti sono ancora in uso, in Versilia, per la Madonna del Sole di Pietrasanta. Come per la Madonna Lauretana, sono invece caduti in disuso anche a Stazzema per la Madonna del Piastraio e a Seravezza per la Madonna del Soccorso. Quanto al presente la devozione alla Madonna di Querceta si esprime in una frequentazione quotidiana, un flusso lento di devote e devoti che entrano, accendono candele, si inginocchiano e pregano; il sabato, giorno di mercato, il movimento aumenta, e si va a salutare la Madonna con la borsa della spesa al braccio. Tutte le mattine dei giorni feriali un gruppo si ritrova per la recita del rosario. La frequente deposizione di mazzi di fiori recisi o in vaso sui gradini dell’altare testimonia l’affetto e la fiducia che i quercetani portano alla loro Madonna. Il giovedì santo l’altare del quadretto diventa altare della reposizione, sepolcro nella vulgata popolare, ed è un tripudio di corolle e lumi.
Anni Settanta-Ottanta: la peregrinatio del dipinto.
Comunque è soprattutto maggio il mese in cui la Madonna è fatta segno di particolare attenzione. Maggio e settembre sono i mesi tradizionalmente mariani. Il primo per il fiorire della natura e per l’abbondanza delle rose, uno dei simboli della Madonna, rosa mistica per eccellenza, il secondo perché mese di nascita che cade l’8, il numero dell’infinito. Quanto alle rose, da cui il rosario trae nome, in tutte le civiltà, a partire dalle più antiche, la rosa è ritenuta regina dei fiori e i miti la collegano alle più splendide divinità femminili. Divenuta simbolo di bellezza, grazia, maestà, perfezione e incorruttibilità, la rosa fu ed è terreno fertile per la poesia. Dante, per fare un esempio fra i tanti, la utilizza nel XXXI canto del Paradiso per descrivere la disposizione dei beati e la canta candida e circondata dal volo degli angeli, simili a sciami di api attorno ai fiori. Rose a parte, sia maggio che settembre sono mesi di pellegrinaggi, rosari e litanie. Maggio, un tempo, era anche mese di fioretti, di piccole rinunce e buone azioni che si concretizzavano in un chicco di grano deposto dai bambini nel calice presso l’altarino allestito quasi in tutte le case in onore di Maria. Ricolmato il calice, i chicchi venivano consegnati alle suore che procedevano alla macinatura e alla confezione delle ostie. E l’ostia, con le Prime Comunioni, era ed è un altro elemento connotativo di maggio. E sempre in questo mese a Querceta, con cadenza triennale o quinquennale, si organizzava la peregrinatio lauretana della durata di una intera settimana. Dal diario di monsignor Marcello Fascetti si apprende che nel 1972, dal 21 al 28 maggio, il quadretto fece il giro delle sette contrade del Palio dei Micci che ricadono, in toto o in parte, nella giurisdizione della parrocchia. Al tempo anche Pozzi faceva parte di Querceta, la parrocchia indipendente sarebbe stata costituita quattro anni dopo. E infatti fu la contrada del Pozzo a prelevare per prima il quadretto dalla chiesa madre, a venerarlo nella stanza facente funzione di cappellina e a riconsegnarlo la sera seguente con un corteo di pellegrini che cantavano laudi mentre le bandiere bianco-rosse sventolavano al suono di tamburi e chiarine. Il Palio dei Micci, si sa, è un elemento di forte aggregazione sociale nella pianura di Seravezza. Ancor oggi, nella mattina della domenica in cui si corre il Palio, tutte le contrade si riuniscono in santa Maria Lauretana per la messa e la benedizione a cui segue, in piazza, quella dei micci. Tornando alla peregrinatio del 1972, dal diario di monsignor Fascetti si apprende che andò tutto bene, fatto salvo il piccolo incidente di una contrada che riconsegnò il quadro alle 22 per motivi organizzativi. Il proposto ha sorvolato sul nome. Anche in occasione di questa settimana mariana, fu data evidenza al ruolo della Madonna come strumento per raggiungere Gesù: domenica 21 ben 138 bambini ricevettero la Prima Comunione. “Abbiamo cominciato portando i bimbi a Gesù per mezzo di Maria. “ad Jesum per Mariam”. Bella cerimonia. Chiesa pienissima”. Parole testuali dal diario di don Fascetti. Grande attenzione era riservata agli ammalati e, il lunedì, seguente alla chiusura, uffizio solenne per tutti i defunti della parrocchia. Nell’82 un’altra settimana di festeggiamenti “si sono concluse le feste quinquennali della Madonna Lauretana. Ogni giorno il quadretto storico della Madonna veniva trasferito in forma privata in una delle contrade dove restava per tutto il giorno in una cappella o in una stanza appositamente preparata. La sera era riconsegnato processionalmente in parrocchia. Belle prediche di padre Augusto da Savona. È stata una gara spontanea di lumi, di fiori e di canti fra le contrade. Speriamo che questa sia stata un’occasione per meritare la Benedizione del Signore. Il 30, alla chiusura dei festeggiamenti, monsignor Emilio Barsottini e don Giuseppe Evangelisti hanno celebrato la loro Messa Giubilare del cinquantesimo di sacerdozio, accompagnati dai canti della Corale Versiliese”. Il senso della peregrinatio, che ha una forte valenza popolare, ha un grande significato antropologico: si porta Maria a casa propria, la si accoglie e vezzeggia come si fa con la madre che va a trovare i figli ormai indipendenti e con una propria famiglia. la vicinanza materiale della immagine si carica di affettività e al senso di festa per averla con sé si accompagna la sensazione di un ascolto più mirato, di una attenzione ravvicinata fra pareti amiche, il tema della casa è fondante nella devozione lauretana.
Il simulacro quercetano della Madonna aereonautica
A Querceta, nel dicembre 2022, è stato data attenzione a una statua della Madonna, mai esposta prima sull’altar maggiore: una Madonna aereonautica, più snella nella silhouette e innovativa anche quanto a colori poiché il nero delle fasce ha lasciato il passo a un azzurro di cielo, ha soppiantato quella tradizionale. Il colore è un rimando che ha doppia valenza: come il colore del Cielo dove risiede la Madre Celeste e come spazio di volo per gli aerei, nello specifico quelli del Corpo dell’Aereonautica italiana ai suoi albori. La ricca simbologia della parte anteriore della statua lo conferma: abbondano le stelle dell’aviazione, gli alianti, i bimotori, i rivetti, la rigidità delle fasce in sintonia con gli acciai delle carlinghe. Il decoro posteriore, a zaffera, parla invece un linguaggio canonico: la colomba simbolo dello Spirito Santo, il pesce, la stella “mattutina”, il cuore di Gesù. Tuttavia non manca, pure qui, nei dettagli floreali una peculiarità: un accenno di foglie di quercia con cui l’abile restauratore ha voluto omaggiare Querceta. E sempre in tema di omaggio, Antonio Giannecchini, l’artefice del restauro, ha ingentilito le rigide fasce della veste con myosotis e corolle di margherite. Infine, in basso, sull’orlo della veste, due scritte con date: Studio Bacci 1921, Famiglia Guidugli 2021. E con ciò si completano gli ingredienti per ricostruire la storia di questo manufatto in gesso. Lo studio di Antonio Bacci, in via Biagioni, in continuità con la villa del notaio Guidugli Umberto (e prima del padre notaio Gian Giacomo), di cui il Bacci era nonno da parte materna, dismesso da tempo, è stato, negli ultimi anni, oggetto di interventi di messa in sicurezza. Fra bozzetti e attrezzi vari, è stata ritrovata anche questa statua, incolore, su cui qualcuno era già intervenuto incollando, piuttosto malamente, le teste di Maria e del Bambino, evidentemente cadute in precedenza. La famiglia Guidugli ha inteso procedere al restauro di concerto e in accordo col proposto don Giuseppe Napolitano si è rivolta ad Antonio Giannecchini, pittore e ceramista, con studio sull’Aurelia. La statua recuperata e rimessa a nuovo è stata poi donata alla chiesa parrocchiale per volontà di Lucia Santini e delle figlie Elisabetta ed Orietta Guidugli . I richiami all’aviazione, vanno collocati temporalmente: è noto che fu Papa Benedetto XV a nominare, con il Breve Pontificio del 24 marzo 1920, la Beata Vergine di Loreto ‘Patrona di tutti gli aeronauti’ accogliendo così i desideri dei piloti della prima guerra mondiale. Antonio Bacci raccolse da persona rimasta ignota la commissione di una Madonna Lauretana di dichiarata impronta aeronautica. Al pari del committente restano sconosciuti i motivi per cui non fu terminata, ma forse era proprio destino che lo zaffiro delle sue vesti brillasse a Querceta.
In Santa Maria Lauretana di Querceta si venera anche San Giuseppe
Quando si parla di Maria e del Figlio non si può dimenticare il ruolo di Giuseppe nel disegno di salvezza. Giuseppe fa la sua parte, per amore, solo per amore e contro ogni logica del mondo: non giudica, non abbandona, non scaccia Maria ma la tiene presso di sé e si fa padre di un figlio che non ha contribuito a concepire ma che, con generosa fede, sente suo. Padre putativo, ed emblema di tutte le paternità di adozione, Giuseppe tiene insieme la famiglia e lo fa con umiltà, restando sempre un passo indietro, nell’ombra. Ma c’è, eccome se c’è, e la sua lezione di amore, di rispetto e di sostegno a Maria è grande e preziosa. Opportunamente nella chiesa di Querceta, dove la Madonna Lauretana ha titolo e si mostra su due altari, anche san Giuseppe ne ha uno suo ed è fatto segno di importanti festeggiamenti. Infatti in suo onore, la sera del 18 marzo, vigilia della sua ricorrenza, la statua che lo rappresenta, stagliandosi in tutta la sua altezza su un carro ricolmo di fiori, viene portata in processione solenne fra canti, luminare, preghiere e con seguito di autorità e fedeli. Ogni anno il corteo tocca una zona della parrocchia che, in verità, è assai ampia. Il 19 è giorno di messe e di fiera, un evento che introduce la primavera. Ad essere sinceri, vi si è già accennato, va detto che il Santo, nel giorno a lui dedicato, che coincide con la festa del papà, è celebrato con un fervore superiore alla ricorrenza della Madonna Lauretana, che cade il 10 dicembre e passa piuttosto in sordina anche se alcune coppie di sposi hanno scelto quel giorno per celebrare le nozze. La ricorrenza di San Giuseppe a querceta ha pregressi documentati fin dal XVIII quando il sacerdote Agostino di Lorenzo Vannucci di Seravezza, con testamento dell’11 giugno 1711, lasciava beni per ingrandire la chiesa di Querceta e migliorare il servizio disponendo anche che i due cappellani, che imponeva perché necessari al servizio, “fossero obbligati a solennizzare la festa di San Giuseppe, sposo della SS Vergine Maria, che vi facciano dire cinque messe oltre alle due obbligatorie per quel giorno e mettano all’altare sei candele di una libbra l’una a loro spese”. Non sappiamo se i due ottemperassero ogni anno al vincolo delle candele, ma è certo che la devozione a Giuseppe non è venuta meno ed egli, come uno sposo qualsiasi, abita la chiesa di Querceta con con il Figlio e con Maria, nigra sed formosa.
Li, 18 gennaio 2026
1 Le notizie relative al viaggio della Santa Casa sono tratte dal sito ufficiale della Santa Casa di Loreto https://www.santuarioloreto.va/it.html
Al momento non ci sono commenti per questo post del Balestrino.
Se desiderate lasciare un vostro commento su questo post del Balestrino compilate il modulo sottostante e fate click sul pulsante Invia

Istituto Storico Lucchese – Sez. “Versilia Storica”
e-mail: versiliahistorica@gmail.com
Privacy e Cookies
![]()
