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San Biagio a Pietrasanta. Una fiera, un santo, una comunità

A Pietrasanta, il nome di San Biagio non indica soltanto una devozione religiosa, ma richiama un intreccio antico di pratiche civili, memoria popolare e identità collettiva. La sua festa, celebrata il 3 febbraio, è legata da secoli alla fiera, momento di sospensione dell’ordine quotidiano e di apertura della città al mondo esterno: un tempo “straordinario” in cui sacro e profano hanno convissuto senza attriti, riconoscendosi reciprocamente.

Le origini della fiera di San Biagio affondano nella più antica Fiera di San Luca, detta anche “della Baccanella”, che si svolgeva il 18 ottobre. Gli statuti medievali e le Capitolazioni dei governi lucchesi stabilivano che, a partire dal giorno del santo, per otto giorni consecutivi, chiunque, anche forestiero, potesse entrare nella “terra di Pietrasanta” per vendere merci di ogni genere senza pagamento di gabelle. Non si trattava inizialmente di una fiera nel senso moderno, ma di una vera e propria zona franca temporanea, una concessione di carattere economico e fiscale che garantiva approvvigionamento e scambi in un'economia ancora fragile.

 

«... Item quolibet anno de mense octobris fiant nundinae per octo dies in terra Petrasancta incipiendos in die sancti Lucae ad quas quicumq etiam …»¹

 

«... Ancora che ogni anno, nel mese di ottobre, si svolgano le nundine (fiere) per la durata di otto giorni nella terra di Pietrasanta, a partire dal giorno di San Luca, alle quali chiunque possa partecipare ...»

 

Questa concessione, confermata nei passaggi di dominio – dalla Repubblica di Lucca a quella fiorentina e viceversa – rimase tuttavia fragile: nel corso del tempo la comunità di Pietrasanta dovette più volte supplicare i governi dominanti per poterla rinnovare. L’ultima richiesta ufficiale risale all’8 agosto 1777; pochi mesi dopo, il 18 ottobre dello stesso anno, si svolse l’ultima Fiera di San Luca. Le ragioni furono soprattutto economiche e fiscali: il peso delle gabelle, i costi delle autorizzazioni, un sistema che non reggeva più. Da quel momento, la fiera autunnale scomparve e fu progressivamente sostituita da quella invernale di San Biagio, fissata al 3 febbraio, destinata a diventare la prima grande fiera dell’anno.

La scelta di San Biagio non fu casuale. Sebbene il patrono di Pietrasanta sia San Martino, fin dai primi anni del Capitanato il santo più venerato in città fu proprio il vescovo armeno martirizzato nel 316 sotto Licinio. La leggenda del bambino salvato da una spina di pesce conficcata in gola rese San Biagio protettore delle affezioni della gola e dell’apparato respiratorio, dando origine alla pratica, ancora viva, della benedizione della gola.

Già dal Trecento a San Biagio era dedicata una chiesa in Pietrasanta, legata alla compagnia della Misericordia, impegnata nell’assistenza ai condannati a morte e, prima ancora, nell’accoglienza degli abitanti di Corvaia e Vallecchia dopo la distruzione dei loro borghi. Attorno al santo si stratificarono così funzioni religiose, assistenziali e civili, che ne fecero una figura centrale nell’immaginario cittadino.

Fin dalla sua istituzione, la Fiera di San Biagio fu considerata una delle più importanti della Toscana. Vi giungevano genti dalla pianura e dai paesi della montagna versiliese per rifornirsi di generi alimentari, stoviglie, stoffe, abbigliamento e utensili per la casa. Tipica era la vendita delle “nocelle”, collane di nocciole infilate a filo;e non mancavano i piatti della tradizione, come il tordello pietrasantino.

Accanto al mercato, la fiera era soprattutto festa popolare: giostre, piccoli circhi equestri, mangiafuoco, giochi di abilità, imbonitori che esponevano “novità” di ogni genere. Un universo rumoroso e vitale, che ha lasciato una traccia profonda anche nella letteratura.

Se i documenti d’archivio raccontano l’organizzazione della fiera, sono gli scrittori a restituirne l’anima. Lorenzo Viani, con la sua prosa aspra e visionaria, descrive un San Biagio febbrile, dove la piazza “bolle come un gran caldaione” e il popolo danza, mangia, beve, si spinge nel fango e nella pioggia:

«La folla vuol godere pienamente, e per godere pienamente ha bisogno di essere martirizzata.»

Anche Enrico Pea restituisce il clima di una fiera che è esperienza totale, fisica e sensoriale, attraversata da voci, rumori, tentazioni e memorie personali.

Su questa linea di racconto della fiera come vita vissuta si colloca anche Leone Sbrana, che, in anni successivi, ne fissa il ricordo come festa di popolo, momento atteso soprattutto dalle comunità della montagna versiliese, occasione di rifornimento, incontro e libertà collettiva, in cui sacro e profano convivono senza fratture.

Accanto alle parole abbiamo le immagini: Plinio Nomellini fissò su tela il brulichio della folla, offrendo una delle rappresentazioni più potenti dell’immaginario fieristico versiliese.

Nel Novecento, Danilo Orlandi avrebbe infine interpretato la Fiera di San Biagio come un vero e proprio “richiamo magico”, capace di attirare nel capoluogo una folla interminabile, mescolando sacro, commercio e spettacolo.

Negli ultimi anni, la Sezione Versilia Storica “Luigi Santini” ha più volte riportato al centro dell’attenzione la figura di San Biagio e la sua fiera, attraverso conferenze pubbliche, studi, ricerche d’archivio e iniziative divulgative, contribuendo a ricostruire il significato storico e simbolico di questa ricorrenza. Un lavoro paziente di ricucitura della memoria, che ha saputo tenere insieme documenti, iconografia, letteratura e tradizione orale.

La Fiera di San Biagio non è stata soltanto un evento commerciale o una festa religiosa: è stata, per secoli, un rito civile, un momento in cui Pietrasanta si riconosceva comunità. Oggi, anche quando la fiera cambia forma, resta il valore simbolico di quel tempo sospeso, in cui la città si apriva al mondo e, nello stesso gesto, ritrovava sé stessa.

di Melania Spampinato

 


 

1 A.S.C.P., Statuti e Capitolazioni, n. 6 (1482).

 

FOTO:

  • Paragrafo 30° dello Statuto/Capitolazione tra Pietrasanta e Lucca del 1507. Foto di Franco Balducchi.
  • Plinio Nomellini (Livorno, 1866 - Firenze, 1943), La Fiera di Pietrasanta (1916 - olio su tela, cm. 139 x 104), GAM – Galleria d’Arte Moderna di Genova (Nervi).

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